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domenica 27 marzo 2022

PER LA PACE


VOGLIO FARMI PROMOTORE DI UN'INIZIATIVA CHE TENDA A SENSIBILIZZARE L'OPINIONE PUBBLICA VERSO LA PACE.

Noi non abbiamo voce in capitolo, ma possiamo far sentire il nostro pensiero con un "mezzo" grande e mondiale che è il "social" per cui vorrei che tutti coloro che sono per LA PACE, da oggi e per una settimana condividessero e promuovessero questa immagine sulle loro bacheche, sulle loro pagine, sui loro social. Questa mia personale bandiera è volutamente semplice, elementare, naturale perchè la PACE è semplice naturale e elementare che debba esistere, è un'immagine dai colori quasi sbiaditi, usurati, consumati, perchè la PACE è sofferta, voluta ardita, creduta, pensata, urlata, desiderata, ambita.....

Condividete questa immagine per una settimana e promuovetela, FACCIAMO SENTIRE LA NOSTRA VOCE IN TUTTO IL MONDO.

Rpberto Busembai (errebi)

Immagine Errebi

mercoledì 13 novembre 2019

ANTHONY BROWNE - BELLA E IL GORILLA

E' letteratura per bambini, ma sempre di letteratura si tratta, e questo libro ben curato, descritto e naturalmente magistralmente illustrato è uno di quei pochi che hanno potuto ottenere il fantastico premio dell'Hans Christian Andersen Award ( l' Oscar della letteratura per ragazzi).
Bella e il Gorilla di Anthony Browne non può che provocare tenerezza e amore, insegnare il rispetto e la considerazione, il termine discriminazione qui non trova casa e un gatto e un gorilla di fatto diventano grandi e inseparabili amici.
Il gorilla è prigioniero di alcuni custodi che lo addestrano per esprimersi con il linguaggio dei segni, è in una gabbia particolare, ben arredata come fosse un vero nobile appartamento, con tanto di quadri alle pareti, mobili, poltrone e televisione. Un giorno fa una richiesta specifica, vorrebbe un amico accanto a se e gli portano una gattina Bella. Nasce così la più bella amicizia che possa nascere tra due diverse razze, fatta di coccole, scambi di cose e pensieri, condivisione di tutto, insomma un'amicizia che supera pure l'amore. Ma un giorno, guardando la tv insieme, compare l'immagine del film di King Kong, quella proprio dove lui è sul grattacielo più alto e tutti gli aerei gli girano intorno cercando di colpirlo, il gorilla non resiste a tale sopruso, la sua natura animale e libera si ribella e infuriato spacca violentemente il televisore. I custodi accorrono subito e per punizione gli tolgono Bella. Ed ecco qui che subentra il meglio di questo meraviglioso libro, i due sono talmente complici e affiatati, che Bella dichiarerà ai custodi di essere stata lei l'artefice di quei danni. I guardiani naturalmente non possono credere alla gattina, ne faranno una sonora risata, ma comprenderanno anche che quei due sono inseparabili e non possono essere divisi.
Le immagini sono grandi tavole in cui ritraggono questi personaggi come umani, il gorilla poi è spettacolare, seduto sulla sua bellissima poltrona, con un hamburger in mano, e nell'altra il telecomando della tv.
L'amicizia vera e sincera tra due esseri tanto, tanto diversi.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web - La spettacolare immagine di copertina del libro...un tenero gorilla e la gattina Bella sopra la sua testa con gli occhi sgranati

mercoledì 6 novembre 2019

ROMAIN GARY - LA VITA DAVANTI A SE

Ci sono momenti nella vita di un lettore, in cui si sente quella pochezza interiore che certi libri magari hanno contribuito a sollevarla, a renderla ancora più reale, e in questi momenti sorge quel lasciarsi andare che porterebbe alla fine del processo di lettura. Ma come in ogni cosa è proprio quando si tocca il fondo che c'è una luce, un qualche cosa che ti fa risollevare e che magari non ti aspetteresti nemmeno. Ebbene eravamo prossimi agli anni 80, avevamo attraversato, noi giovani di allora, un periodo piuttosto movimentato socialmente parlando, forse avevamo anche troppo le menti offuscate o invasate, non voglio entrare in merito o meno su certi sconvenienti argomenti, ma comunque avevamo, almeno io e tanti come me, letto cose quasi indotte, anche se tante ne scoprivamo e le facevamo nostre senza alcuna interferenza. E comunque quando poi si matura, i fatti sia personali che pubblici si mescolano e cangiano come spesso accade, si rimane un poco vuoti di tanto aver letto e si cerca un qualche cosa che sia d'impatto o che almeno insegni e dia un qualche cosa di diverso. E fu allora che trovai questo meraviglioso libro di un autore che appena edito si faceva chiamare Emile Ajar ma che poi dopo vari anni annunciò la sua vera identità, Romain Gary, un cittadino francese ma di origine lituana, che purtroppo nel dicembre del 1980 si suicidò e il fatto destò, almeno in coloro che lo conoscevano e in coloro che espressamente avevano letto questo libro, sorpresa e titubanza, insomma lasciò un poco interdetti in quanto non ritrovavamo il fatto possibile per come lui scriveva e “pareva” amasse la vita.
“La vita davanti a se” è un romanzo, scritto in prima persona, che parla di un ragazzo, presumibilmente di dieci anni, lui stesso lo presume, Mohammed, detto Momò, che vive a pensione da una vecchia Madame Rose, una donna, ebrea, sfuggita allo sterminio nazista, che in giovane età esercitava il lavoro più famoso nel mondo sui marciapiedi di una Parigi desolata e distrutta. Momò era a “pensione” perchè figlio di un “incidente” di questo lavoro di una carissima amica e collega di Madame Rose. Lui è di origini arabe e naturalmente è difficile potersi confrontare con persone di diversa estrazione sociale, il suo mondo è quel quartiere, dove poi vivono quasi tutte le “specie” di emarginazione, tra meretrici, travestiti, immigrati africani, e questo mondo lo accetta e lo conosce solo così. E' la vita davanti a se, quella di sempre e quella reale, quella che lui non sa nemmeno se sia da confrontare e vivere come adulto con tutte le problematiche di linguaggio o da bambino, sempre che lui lo sia o lo sia stato in quanto ha sempre avuto pensieri per la testa diversi da quelli che un bambino dovrebbe avere. E le considerazioni che nascono in se portano a chiedersi se poi quella tanto sospirata corsa verso la felicità ne valga la pena, la felicità è talmente poca che lui pensa che non ne valga davvero la pena cercarla, la “vita davanti a se” è quella, e in quella poi si aggiunge il tormento e la condizione di una sopraggiunta vecchiaia, dove sopraggiunge la lotta contro quella vita, contro i dolori e contro le malattie. E di fronte a questa vita Momò pone al vecchio amico e ormai cieco Hamil una domanda “si può vivere senza qualcuno da amare?.
Momò la vita davanti a se la vive, deve viverla non può permettersi di viverla diversamente e saprà anche che non si può vivere ( bambini o vecchi, arabi o ebrei) senza qualcuno da amare...”bisogna voler bene”
E questo ultimo messaggio penso che sia sempre un buon motivo per vivere e che dovrebbe essere proprio questo il monito “sempre attuale” per cui “vale la pena vivere”.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Copertina del libro

mercoledì 9 ottobre 2019

ERICA JOUNG - PAURA DI VOLARE

E' audace, o forse pretenzioso, ma parlare di questo libro non è un'impresa facile, soprattutto da lettore maschile, perchè questo libro è stato scritto da una donna e assolutamente per le donne, per l'allora ambita e combattuta libertà, un'icona importante per una lotta femminista combattuta nelle più intrinseche viscere della coscienza e del concetto umano dell'essere e pretendere di essere donna e considerata tale alla pari del concetto “maschio” sociale e privato.
La storia, semplice, ha una protagonista che non cede spazio al suo impostosi e combattuto bisogno di “uscire”, di liberarsi e di farsi comprendere in tutto e per tutto. Isadora Wing è una giovane scrittrice che segue lo psichiatra marito a una convention tra medici a Vienna, e qui lei avrà una delle più sfrenate cotte che cambieranno totalmente il suo modo di vivere, le sue scelte i suoi conflitti sentimentali e non, si innamora perdutamente di un giovane psichiatra.
Paura di volare, il titolo del romanzo, è proprio il primo concetto interiore che nasce nell'intimo di Isadora, paura del nuovo, paura di dover uscire da una gabbia perenne, paura di volare nello sconosciuto, ma ben cosciente che questi sarà la conoscenza della piena e assoluta libertà interiore e non, compreso e forse enfatizzato ulteriormente, il sesso. Che poi la libertà sessuale, altresì non è che il tramite che è servita per evidenziare altre libertà a milioni di donne, e l'autrice in questo si espone magistralmente, forse anche troppo volgare, la sua voglia di amore e la sua voglia di volare.
Ci sono talvolta descrizioni molto dettagliate, che al tempo fecero molto discutere, soprattutto da parte degli uomini (di concezione altamente maschilista) che rimasero sconvolti dalla brutalità di alcune descrizioni che non lasciavano nulla all'immaginazione e questo abbatteva completamente la concezione (quasi eterna) che soltanto un “uomo” si poteva “permettere” di parlare di queste cose in codesta misura.
Il viaggio (volare) alla ricerca di sé molto personale, è il fulcro totale di questo romanzo e della sua protagonista, fatto di molta autoanalisi, sfoghi, ma incisivo e determinante per una lettura del tempo, più di 40 anni fa, ma assolutamente valido ancora.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web : Copertina del libro

mercoledì 2 ottobre 2019

ALBERT CAMUS - LO STRANIERO

“ Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”
Si resta impietriti e di ghiaccio, si rimane perplessi e titubanti, ci guardiamo allo specchio e cerchiamo scusanti, si prova dolore a saperci così in tanti.......Perchè questi sono gli effetti che il libro di Camus mi ha dato la prima volta che l'ho letto, ed oggi dopo anni sono ritornato a sfogliare e quanta, purtroppo, verità attuale vi ho riscontrato, tale da rimettermi davanti allo specchio e dirmi “ come Mersault siamo davvero tanti”.
Lo straniero, ovvero l'impiegato ad Algeri, Mersault, improvvisamente una mattina riceve un telegramma che annuncia la morte in ospizio di sua madre. Il protagonista non si farà mai trasportare dall'angoscia e dal sentimento, dal normale decadimento naturale dell'animo e nemmeno dalle cose che gli accadranno da ora in poi, Camus, offre uno scritto distaccato che al contempo lascia noi lettori "inguaiati" e perplessi da questa “esteriorità” sia fisica ma soprattutto intima e emotiva che il protagonista ha con la società. Un distacco tale da farlo poi sentire davvero “straniero” con tutto e con tutti. Lo stato di alienazione del protagonista è all'apice, il suo vivere da impiegato è totalmente fuori dalla “normale” vita borghese del tempo, lui si trova in mezzo a viverci senza riscontrare sensazioni, senza sentire alcuna necessità, insomma totalmente “straniero”.
Nel proseguo dei fatti, pare che il protagonista prenda quasi coscienza di se e si renda conto della sua situazione ma al contempo si rende pure conto del suo mancato senso di vita e sa anche che a questa condizione non potrà opporsi e sarà comunque sempre distante e indifferente.
“Lui non mi capiva ed era un po' irritato con me. Desideravo dirgli che ero come tutti gli altri, assolutamente come tutti gli altri. Ma tutto questo, in fondo, non aveva una grande utilità, e per pigrizia ho rinunciato.”
Il premio Nobel Camus con questo libro mi ha lasciato davvero senza parole, e ha saputo dare una conoscenza della società, che mi ha davvero spiazzato, lo “straniero” siamo noi e oggi ancora di più tale marchio ci appartiene.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web

mercoledì 11 settembre 2019

EDMONDO DE AMICIS - CUORE

Certo parlare di sentimenti, di valori,di principi e di scuola, oggi sembra piuttosto banale, insulso, oserei dire quasi osceno, non esistono più i suddetti e tanto meno esiste una scuola in cui si tenda a far conoscere questi ideali, queste basilari forme di quotidiano vivere per un normale e sereno scorrere giornaliero tra la gente.
Il libro che oggi voglio ricordare, è un libro che ha avuto il suo massimo successo quando ancora in Italia vigevano forme di insegnamento valide e costruttive, certo i tempi sono molto cambiati, la società di allora è assolutamente diversa in ogni senso, ma la positività di queste pagine sono gli insegnamenti basilari che il De Amicis tende a dare e a far conoscere e seguire. Oggi parlare di sacrificio, di sopportazione al dolore, di rinuncia a desideri individuali in virtù di un bene sociale, sono al di la del nostro pensare eppure, non dico esageratamente seguite, ma con una intelligente moderazione, penso che sarebbero ancora delle valide tematiche per una società tanto allo sbaraglio come la nostra. Il sentimento di cooperazione e di amicizia ormai sono dimenticati, vigono soltanto in social e in freddi incontri saltuari, dimenticando pure il rispetto del nostro prossimo, qualsiasi ceto e razza essi siano , anche se ritengo e sottolineo che di razze al mondo c'è n'è una sola e si chiama razza umana.
Il libro rappresenta bene un periodo storico, quello dell'anno scolastico 1881 – 1882 , un periodo prossimo alla nuova unificazione dell'Italia, e proprio di questa unificazione il De Amicis vuole mettere in rilievo l'importanza, creando una classe mista, di bambini dalle diverse regioni Italiane, siamo a Torino, e già è in atto la grande emigrazione verso il Nord per trovare lavoro, per cui è facile formare una classe che non solo è varia per i luoghi di origine, ma anche per i ceti, dall'operaio al borghese, dal ferroviere all'alcolizzato, insomma figli di ogni genere e di ogni ceto.
In questo svariato contesto ognuno si muove nella sua caratteristica sociale senza intralciare l'altrui, è anche vero che esisteva, al tempo, la brutta concezione che ognuno era come era e tale serviva e doveva rimanere così, il banchiere serviva come tale e tale doveva rimanere come del resto l'operaio, insomma il borghese si comporti da borghese e l'operaio da operaio.
La narrazione avviene tramite uno scolaro, Enrico Bottini, che stila questa specie di diario, suddiviso in mesi (i capitoli) , ma i fatti non riguardano esclusivamente lui, lo scolaro si limita soltanto a registrare le avventure e i momenti brutti dei suoi amici di classe. Ed ecco allora nascere i Garrone, un ragazzino robusto, emblema di bontà e di buon esempio, ecco Ernesto Derossi figlio di benestanti e primo della classe a confronto del Franti, figlio del sottoproletariato, violento e dispettoso. Il Perboni Giulio è il caro maestro, onesto, gentile, accorato, che dedica tutto se stesso per l'insegnamento al punto di non farsi nemmeno una famiglia, per lui la scuola e l'insegnamento sono una vera e grande missione ( e forse non sarebbe mica sbagliato se ancora oggi avessimo almeno una parte di questo pensare), in contrapposizione della maestrina tipica borghese dedita ai suoi studenti e famosa per la penna rossa che orna il suo cappello, la maestrina dalla Penna Rossa.
La scuola è il luogo eletto d'istruzione e di scambio culturale, (che belle parole, ) e in essa vengono a convivere fatti, situazioni, esempi utili al momento ma istruttivi per il futuro della società “fuori”.
Non manca certo l'esagerato ideale patriottico, ma anche quello oggi in maniera giusta e intelligente sarebbe un buon deterrente per tante importazioni straniere, spesso insulse, e non solo di merci ma soprattutto di idee e di lingua. Amare la propria Patria e apprezzarla forse risolverebbe tante diaspore interne e anche quelle nuove che ci arrivano da lontano.
Ma sono i racconti mensili, quelli che il maestro legge agli alunni, che parlano di avventure e spesso di disgrazie e di atti d'eroismo di vari ragazzi, che il libro prende la sua valenza d'insegnamento, ma anche e soprattutto sentimentale e commovente, tale da portarlo nel ricordo affettuosamente.
E' un libro che a prima vista potrebbe essere definito molto fuori moda, mentre io ritengo che sarebbe un buon insegnamento rileggerlo, magari formare un nucleo di alunni e di genitori e esporlo a tutti capitolo per capitolo.....Ma intanto a chi non lo avesse letto ( e mi riferisco soprattutto ai giovani), non snobbatelo a priori e per sentito dire, leggetelo e poi magari criticatelo.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web - Una copertina del libro

mercoledì 7 agosto 2019

MO YAN - IL SUPPLIZIO DEL LEGNO DI SANDALO

Dalla mia pagina FB: "Rileggendo"
"Soltanto chi conosce il male può evitarlo: soltanto conoscendo il demone che si nasconde nel cuore umano si può diventare santi" Mo Yan – Il supplizio del legno di sandalo”
Nel 2012 vinse il premio nobel per la letteratura uno scrittore – saggista cinese Mo Yan pseudonimo di Guan Moye, e sinceramente io non conoscevo affatto e non avevo letto niente di lui. Già si parlava di un suo capolavoro, Sorgo rosso, di cui poi aveva tratto un film dal titolo omonimo, il regista Zhang Yimou.
Io sono sempre stato curioso, quando si danno certi importanti premi, di conoscere e saperne un pochino di più di coloro che ne vengono in possesso, spesso sono già a conoscenza, ho già letto qualche cosa di costoro, ma anche spesso rimango allibito da quanto è vasto questo mondo di scrittura che esistono personaggi di una vastità culturale che io invece non ne ho mai sentito parlare.
Allora, come faccio sempre, mi prendo il tempo e vado in libreria, dove comincio a cercare le produzioni e le opere di quel determinato autore, mi prendo tutti i libri, mi siedo, se trovo un posto libero, e comincio a leggermi le recensioni che sono solitamente in terza di copertina o sul ripiego della copertina principale. Quando faccio questa ricerca, sono estremamente felice, perchè so che sto cercando un libro senza avere influenze di nessun genere, rovisto in un mondo sconosciuto e posso liberamente scegliere secondo il mio istinto e gusto personale.
Ugualmente feci di Mo Yan e scelsi “ Il supplizio del legno di sandalo”.
Ritengo che parlare di questo libro sia tendenzialmente difficile e allo stesso modo anche facile, difficile perchè l'autore è uno di quelli che ti trasporta nel suo mondo (la Cina) con una leggerezza e una forza insieme che non hanno uguali, descrivere il suo modo dettagliato e umano, minuzioso e viscerale che lui ha di scrivere, bisognerebbe, a parer mio, essere come lui per farne capire intensamente le sue proprietà.
Il romanzo parte dalla prossima condanna del maestro dell'opera dei gatti, Sun Bing risalendo all'antefatto, con il susseguirsi di scene e di personaggi tutti avvolti nel fascino misterioso e nelle tramandate tradizioni che caratterizzano il popolo della Cina di sempre. I protagonisti sono due maestri, il primo che ho già citato e il secondo, l'istituzione, Zhao Jia boia del Ministero delle Punizioni.
Tutti e due sono intenti, sullo sfondo di insurrezioni dei Boxer, sulla decadenza dell'impero, a realizzare, l'uno contro l'altro, la loro ultima e grande opera, e naturalmente intorno a loro il normale svolgersi della vita con le passioni, gli amori, gli interessi e le tradizioni che insieme al Paese si stanno sgretolando. Ma saranno i deboli, il popolo, coloro che sono sempre stati ai margini, che insorgeranno contro l'impero e la sua amministrazione, per affermare la loro resistenza.
Ma il fascino a parere mio di questo libro, pieno di ideali e d'amore, è data dai racconti del boia, che con una minuziosa cura e descrizione l'autore riesce a descrivere i vari supplizi che Zhao Jia ha inflitto nella sua carriera e da sottolineare l'opera eccelsa che Mo Yan si dilunga e sulla quale si provono davvero brividi, stupore, un senso puro di repulsione, in poche parole ne diventiamo vittime ma soprattutto esecutori, della morte per “taglio dei 500 pezzi” , 500 pezzi che vengono tolti alla vittima uno alla volta e la maestria del boia deve essere di riuscire a tenere vivo il disgraziato fino all'ultimo pezzo. Detto così parrebbe una barbarie disumana, ma la descrizione di Mo Yan non si avvale tanto nel gesto e nell'operare questa tortura, ma ne descrive le sensazioni e le emozioni, gli stati d'animo del boia stesso nell'infliggere tale supplizio. Qui a mio parere si capisce del perchè del Premio Nobel. L'intento poi dell'autore è naturalmente quello di denuncia, in un paese che poi non è cambiato molto in materia e che molto ancora è da far sapere e conoscere.
La prima volta che l'ho letto sono rimasto esterefatto, ho visto a quale livello può arrivare uno scrittore, a quali capacità può un autore arrivare a descrivere, tale da poter trasportare, e vi garantisco in quel momento se avrete occasione di leggerlo, voi siete il boia e vivrete “realmente” del suo esserlo e del suo forte potere e dovere che ha verso il suo padrone “l'Impero”.
Da questo poi ho ampliato la lettura a altri suoi e più famosi libri, ma per me questo è l'eccelso.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web

mercoledì 31 luglio 2019

ODISSEA NELLA SCELTA DI UN LIBRO

Dalla mia pagina FB " Rileggendo"
La scelta di un libro da leggere penso, per noi “malati” di lettura, sia un arduo lavoro mentale e pure fisico (pensate a quante volte fate il giro della libreria!) . La difficoltà nasce soprattutto nello scoprire quello che il nostro animo ci trasmette, ovvero quale genere letterario intraprendere perchè lo possa portare in fondo con la bramosia di sempre.
Chi legge e ha sempre letto di tutto, la scelta diventa difficilissima e ardita, praticamente si ritrova a dover scorrere tutti i ripiani, ampliando notevolmente il suo raggio di visione, con la paura, anche, di perdersi un qualcosa, che guarda caso, era proprio quella cosa che interessava di più.
Un saggio, un romanzo storico, un tranquillo romanzo magari non solitamente d'amore, una silloge di poesia di quel poeta straniero che ne ho sentito parlare ma non ho mai letto niente, oppure un giallo, uno di quelli che oggi vanno molto di moda?
Senza non tenere conto, per noi stacanovisti del leggere, dei tanti volumi che scartiamo, perchè GIA' LETTI! E questo ci innervosisce di più, quando siamo alla ricerca di un qualcosa di nuovo pare incredibile ti ritrovi sempre tra le mani il successo di alcuni anni or sono, il libro dell'anno 1980, o un classico, si un classico che hai letto e riletto non sai quante volte e che ancora ti affascina e sul quale ti lasci andare a rimirarlo, un gesto uguale come se tu ritrovassi un caro amico dopo tanti anni, che sai di lui quasi tutto, ma che ti fa piacere risentire le vecchie cose, i ricordi passati con lui ecc..., ma al fine di quello che stavi cercando questo soffermarsi non fa altro che recare ulteriore danno mentale e pure un perdita di tempo, soprattutto se di tempo ne hai non molto a disposizione.
Poi cominciano le passeggiate veloci tra le “gondole” e i tavoli ripieni di offerte, di sconti, del paghi uno al posto di due, del tot cifra per tre libri, del “consigliato dal gestore”, del “non puoi fartelo mancare”, del “letto per voi” e tante altre sorprese che destano soltanto confusione e luccicano gli occhi dai tanti colori delle copertine. E allora prendi il primo libro di cui ti eri leggermente soffermato, prima, e ti metti seduto......dove? C'è una statistica, in Italia, che dice che in media le persone che leggono sono 1 su 10, ebbene quando decidi di sederti, le poltrone, le sedie intorno ai tavoli, persino gli sgabelli che servono per raggiungere i ripiani più alti, SONO TUTTI OCCUPATI, ovvero quei 10 su cento si sono ritrovati tutti in quella libreria!
Ti appoggi allora in un angolo, tra due scaffalature immense, e guardi la copertina del libro che hai scelto, ma non guardi la figura e il disegno, te sei già immerso nel tuo pensiero, già dal titolo sogni quello che potrebbe esserci scritto, ti vedi protagonista o se non altro ti ritrovi nell'eroe o eroina di quel romanzo, o approvi le ideologie di quella esposizione del periodo storico che presumi sia trattato, oppure.....e senza che tu te ne renda conto hai scritto un romanzo, un saggio, una poesia, nella tua testa in un attimo solo che, quando poi giri il libro e leggi di cosa si tratta, la recensione, dici a te stesso “Credevo di meglio”. E lo lasci sul primo ripiano che trovi libero, per RABBIA.
Allora non ci rimangono che due probabili cose da fare.
La prima, la più drastica, la più mortificante, quella che ti lascerà un grande amaro per tutto il giorno, quella che ti farà pensare e credere di essere addirittura una nullità, un incapace, un inetto, è
di USCIRE senza comprare niente! ORRORE! E' una sconfitta enorme, una battaglia persa, un ammutinamento di se stessi, una ritirata da vigliacchi, ma poi pensi e cerchi di dartene una scusante, altrimenti non vivresti più la giornata, e ti dici: “ Non ci sono più gli scrittori di una volta”...oppure “ Ci sono soltanto libri commerciali, di poco valore “...oppure “ Questa libreria è piuttosto squallida”....e allora sei un poco più rilassato, ma a casa, quando ti getterai sul divano, quando la sera devi leggere qualche cosa altrimenti non riesci a dormire, quando...e comunque quando l'esigenza di un libro tra le mani ti chiama.....allora torna il dolore e ti rammarichi non sai nemmeno te quanto, per non avere COMPRATO NULLA!
La seconda, quella che fa meno male, quella che almeno non ti renderà la vita un completo fallimento, quella che eviterà tutti i problemi suddetti, è di comprare quel libro che hai notato e che “forse” e sottolinei “forse” potrebbe anche interessarti. Esci spavaldo con il tuo acquisto tra le mani, sei riuscito nell'intento, vai tranquillo a finire le cose che devi fare, al lavoro, a fare le spese, a ritrovarti con gli amici ecc...poi la sera quando il bisogno del leggere ti invade, vai soddisfatto a prendere quel nuovo libro, lo accarezzi, ne odori il profumo, ti soffermi sul titolo, leggi la breve biografia sulla costoletta in terza, eviti la recensione, vuoi godertelo senza interferenze alcune e inizi, con un gran sospiro prima, la prima pagina........alla seconda senti già che stai scomodo sulla poltrona, o sul letto o comunque dove ti stai riposando, leggi ma ti muovi, prima un piede, poi la schiena, poi senti un rumore ( che non esiste), poi...e sei alla terza pagina...leggi e pensi..pensi a domani che devi andare in quell'ufficio, pensi che forse non hai spento la luce in cucina, pensi che farti un caffè non sarebbe una brutta idea, pensi.......PENSI che quel libro che hai comprato NON TI INTERESSA AFFATTO! E è un doppio martirio, il martirio di avere perso tempo e anche denaro, ma soprattutto di non avere quel qualcosa a cui tanto hai aspirato e creduto per tutto il giorno.
Poi comunque ci sono i casi fortunati, che basta entrare in libreria e ti innamori di quel preciso libro e allora io questo lo chiamo IDILLIO.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web

mercoledì 24 luglio 2019

GEORGES SIMENON - LE INCHIESTE DEL COMMISSARIO MAIGRET


Dalla pagina FB: "Rileggendo"
Ci sono cose nella vita che difficilmente sappiamo spiegare, ma capitano e talvolta non sappiamo nemmeno darne un giusto significato, ma sono cose che ti appaiono e ti girano intorno, fatti, sensazioni, momenti quasi uguali o se non alro che si associano nel tempo per un solito e comune motivo e ragione. Ero in seconda elementare, che il mio maestro, il mio caro e onesto maestro, fece una lezione nella classe di una città a lui familiare e ce la descrisse con tutto quell'amore e quella passione che un padre possa parlare di un figlio, come un amante parli della sua amante, e quella città era Parigi ed io, appena ne ebbi l'approssimativa cartina della città tra le mani, che lui ci fece vedere, me ne innamorai in un amore infinito che non ha mai smesso di crescere e di alimentarsi.
Ed è in questo amore interiore, che ritrovai nei racconti di Maigret, rappresentati come sceneggiato in quel lontano periodo, alla televisione, un blanche noir fumeè, un tuffo nella Parigi dei sottoborghi, delle quai della Senna, un personaggio che mi affascinava e del quale non ho più potuto togliermi dalla mente.
Dopo questa lunga premessa, e dopo tantissimi anni trascorsi, e dopo aver digerito la sopra nominata metropoli nelle tantissime visite effettuate, rieccomi ancora una volta a parlarne, ma non tanto della città ma di un suo protagonista. Alcuni giorni fa, rovistando in un mercatino dell'usato, ho avuto tra le mani un anonimo volume, anonimo nella copertina perchè era un'antica rilegatura, senza immagini ne titoli, l'ho aperto e ne sono rimasto esterefatto, era una raccolta di alcuni racconti gialli di Georges Simenon ovvero le Inchieste del commissario Maigret.
Mi vergogno a dirvi il prezzo che ho pagato per comprarlo, (due euro) e ho iniziato a rileggere queste fantastiche indagini, fantastiche per l'atmosfera di tempo passato, di quelle centinaia di sfumature che passano dal netto bianco al profondo nero, sfumature nei gesti di quel grosso di stazza, elegante, ma sempre composto commissario, con la sua immancabile pipa in bocca, e quel suo gentile sarcasmo contrapposto a un nascosto e riservato grande cuore. Sfumature o nette cromature di “colori”grigi nell'attraversare le tante nominate vie della città di Parigi, una Parigi diversa da quella turistica e proposta al fascino mondiale, la Parigi vera, dei boulevards, delle rue, dei bistrot, dei lungo Senna quasi bui e misteriosi, quella dell'allora parigini.
Sfumature nelle indagini, chiacchiere e scambi di pensieri con gente comune, portinaie, tassisti che immancabilmente quasi tutti conoscevano il loro cliente Maigret, fruttivendoli e altri ancora per risolvere sempre un intrecciato caso d'omicidio, che quasi sempre aveva natura proprio in quel normale vivere e scambio di sensazioni e sentimenti giornalieri. Maigret il commissario della porta accanto, colui che spesso ritrova nella sua infanzia un ricordo, uno spiraglio, una risposta, colui che si abbandona volentieri alla buona cucina e ne conosce i segreti ingredienti, colui che non si priva di un buon boccale di birra, o un denso bicchiere di vino o calvados, colui che accanto ha un amore conosciuto per caso e per sempre lo cura e accudisce con il solito amore di sempre, la dolce signora Maigret.
Le indagini del commissario Maigret hanno tutte la semplicità dello scritto e del raccontato, la semplicità e la composità della descrizione del “fattaccio”, hanno la semplicità e la facilità di trasportare chi legge a occuparsi di quell'indagine come se fosse cosa sua, hanno la particolarità che sono indagini che soltanto un commissario con bombetta, pipa sempre accesa, un pesante cappotto con il risvolto di velluto e con un'andatura massiccia, può risolvere.
Non sono mai riuscito, mio rammarico, di parlare bene il francese, ma so leggerlo perfettamente e vi garantisco che se ne aveste la possibilità e facoltà, le inchieste del commissario Maigret in lingua originale vi portano la città in casa e scoprirete la leggerezza dello scrivere del grande Simenon.
Roberto Busembai (errebi)
Immagini ERREBI

mercoledì 10 luglio 2019

GUSTAVE FLAUBERT - MADAME BOVARY

Dalla pagina FB: " Rileggendo"
Non si possono sempre lodare i libri solo perchè hanno nomia di essere speciali, o eccezionali, o solo perchè chi li ha scritti è un famoso e bravo scrittore e tutto gli si deve riconoscere, o anche perchè essendo ormai ritenuto un “classico” della letteratura non può essere intaccato e soprattutto deve per forza rientrare nel rango delle letture importanti e perciò osannato.
Sono sincero, e non posso mai non esserlo, soprattutto nei confronti di un libro, non mi sono mai interessato più di tanto nello scrutare l'autore al di la di una conoscenza biografica, (del resto importante per capire il suo curriculum vitae e il suo contesto storico e sociale), e non ho mai criticato o osannato solo per la firma (spesso nota) di colui che ha scritto, ma sono sincero per quello che leggo e quello che un libro mi può offrire, senza intaccare minimamente il suo modo di scrivere e la sua qualità e dote nel farlo (soprattutto quando si parla di un autore classico, io non sono professionalmente e culturalmente in grado di potermelo permettere) ma posso comunque e liberamente criticare, a mio insindacabile parere, se il libro e la storia mi sono piaciute o meno.
Ebbene ho letto per la prima volta questo libro, che tanto ne ho sentito parlare, che tanto ne ho sentito lodare, e l'ho letto dopo tanti e tanti tentennamenti in questo trascorso di vita, perchè avevo un sentore di dubbio, un qualche cosa che non mi affascinava, ma in questa ultima settimana mi sono proposto di leggerlo anche perchè casualmente mi è capitato più volte tra le mani, guardando e scegliendo in libreria.
Ero forse troppo premeditato sull'eroina Bovary, ne ho sentite troppe di donne che la compativano, la ritenevano “vittima”, che la portavano come esempio di un amore disperato, di un'icona romantica indifesa e travagliata, che mi aspettavo una figura effettivamente abbandonata, derisa, una donna che avesse lottato fino in fondo per la conquista di una vita degna del suo essere, insomma mi aspettavo una Emma, non certo sdolcinata e assurda, quasi e ripeto quasi “ninfomane” di un sentimento, volerlo a tutti i costi senza remore e senza “cuore”. Di madame Bovary io vedo invece la sofferenza tacita, di un uomo, il debole e passivo marito Charles, a cui dobbiamo certo riconoscere le sue incapacità amatorie, la sua pochezza anche intellettuale ma di cui dobbiamo però esaltare il suo grande e enorme amore per questa famelica donna. E badate non è l'uomo che si fa ricoprire di ridicolo o che si inchina come uno schiavo al cospetto della donna, no, è un silenzioso e bonario uomo di campagna che nella sua “ignoranza” rinchiude tutta l'eccezionalità che un amore può dare in questa vita e arriva a concepire (magari non coscientemente) il valore unico dell'amore stesso. Chi ha letto Madame Bovay, soprattutto le lettrici, non credo poi che abbiano amato così tanto, come pare, questa donna, almeno nella sua identificazione, ( e non centra affatto il contesto storico) ci sono state ben altre donne, dello stesso periodo, che dell'amore e del valore sentimentale hanno davvero lottato e talvolta anche ottenuto, ma si sono sempre valse di un principio, l'alta considerazione di se stesse e il rispetto di coloro che hanno incontrato nelle loro avventure.
Emma è una donna spregevole, non mi incantano le sue bellezze, i suoi falsi umori, la sua intelligenza, la sua cultura, la sua nobile e eccelsa freddezza nobiliare, Emma oggi giorno sarebbe una gran “prostituta” di alto ceto sociale, una stupida e incocludente donna che non merita nemmeno di essere nominata, il suo suicidio è in definitiva il massimo suo atto egoistico e il suo disprezzo totale verso colui che davvero gli voleva bene, un bene enorme, Charles.
La scrittura, come ho detto, intaccabile, del libro l'incipit è meraviglioso, nel contesto, ripeto è soltanto una mia opinione ( e forse differisce da molti) ma assolutamente criticabile (se siamo ancora in democrazia), nel contesto lo ritengo uno dei peggiori libri che abbia letto, ( e parlo dei classici), ma almeno mi sono tolto quel fantasma di icona che mi era stato appiccicato negli anni quando sentivo parlare di Madame Bovary.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web copertina del libro

mercoledì 19 giugno 2019

CONSIDERAZIONI SUL "LEGGERE"

C'è uno stereotipo (errato) eterno che caratterizza la figura di colui che legge, e cioè inteso come un rachitico uomo che ha abbandonato il suo vivere quotidiano dedicandosi alla noiosa e insulsa materia della letterura e con la quale poi non ha realizzato niente, perchè (e continua ancora la descrizione) niente poteva realizzare con il suo sapere e conoscere soltanto di fogli e di scritture, d'inchiostro e di figure.
Lo so che inorridite a leggere queste cose e già vedo alzare tra alcuni di voi spade affilate e minacce gridando all'untore, che non è vero ciò che dico, che invece oggi colui che legge è quella persona intellettualmente intelligente e acuta, ecc. ecc. , ma signori miei non ho detto quello che io penso, ma soltanto ho espresso in parole quello che la nostra società odierna crede e vuol far credere ( per interesse proprio) di come sia inetto e insulso e addirittura insignificante colui che legge.
Questa premessa era per far capire, invece, quanta importanza ha la lettura in generale, non importa che si leggano classici dell'ottocento o romanzi d'appendice o saggi filosofici o storici, l'essenziale è leggere, continuamente,instancabilmente, sempre!
Siamo in un mondo ormai dove tutto scorre veloce e tutto è marginale, si scrive e si legge su dispositivi tecnologici e subito si cancella quello scritto e pure quello letto, perchè non assorbiamo più, non abbiamo il tempo e nemmeno siamo più abituati a farlo; siamo in un epoca dove persino le amicizie, le conoscenze, le contrattazioni, gli acquisti, le vendite, sono esclusivamente virtuali e come tali noi li riconosciamo, oggi posso interferire amichevolmene con una persona e domani cancellarla così come un niente dal mio social preferito, oggi posso acquistare un oggetto e farmelo recapitare a casa e magari domani che l'ho visto dal “vivo” non mi interessa più.
La lettura, l'applicazione del nostro umile cervello con l'acquisizione della vista, è il più semplice e il più naturale mezzo per apprendere, conoscere e sapere, per poi assorbire il tutto e archiviare nel nostro sistema del cervello per poi saperlo usare, manipolare, nella giusta maniera e nel giusto momento. Leggere fa un uomo colto, un uomo che sa districarsi nelle vicissitudini della vita, che sa come comportarsi e difendersi perchè la lettura mette le parole in bocca, ovvero insegna a esprimersi, a farsi comprendere, a sapersi far valere e far valere i propri diritti.
I giovani di oggi a parere mio, forse più di quelli di ieri, cominciano a capire e conoscere i rischi che la tecnologia ha portato e che ha deteriorato, io credo che i veri “ignoranti” siamo stati noi che ci siamo lasciati abbindolare dalla novità “sconosciuta” di questa invasione, siamo noi che forse abbiamo abusato e abbiamo voluto dimenticare, quasi fatto svanire, i metodi del passato.
E allora ritornando all'importanza della lettura, io ritengo che la gioventù di oggi non sia poi tanto “stupida” come lo siamo stati noi, anzi credo che riescano a comprendere che forse avere un cell, un pc ecc sono cose importantissime e evolutive ma di base c'è ancora e ci sarà sempre il bisogno di far usare il cervello, di stimolarlo, non virtualmente ma con un bellissimo libro tra le mani e sfogliarlo, magari insieme con ti sta a cuore, con un tuo caro amico, o con un grande amore.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine ERREBI

mercoledì 5 giugno 2019

PHILIPPE DAVERIO - QUATTRO CONVERSAZIONI SULL'EUROPA

Si parla e si discute pure, siamo ancora in balia dopo anni e anni a rimuginare sul fattore “Europa”, sulle probabili separazioni e distacchi o sugli sbagli intercorsi, siamo ancora a domandarsi se siamo o non siamo Europei, se ci sentiamo davvero coinvolti in questo insieme di stati, comuni, regioni, insomma se siamo poi considerati per stare in un'Europa che sembra e pare condizioni la permanenza solo esclusivamente sul fattore economico. Ma non voglio e non ne sarei neppure in grado di farlo, parlare e polemizzare su questi concetti. Da parte mia, come cittadino del mondo ho una visione espansionistica del concetto Europa e se vogliamo anche e sopratutto umana e sentimentale, che certo non conferisce e non si addice alla società odierna basata sul Dio soldo, e comunque restando sul mio umile pensiero, io parto dal principio del valore umano e vedo solo ed esclusivamente la persona, e noi “Europei” ci assomigliamo in tutto e per tutto e abbiamo uno scambio di vedute, di genialità, di tradizioni, di culture molto simili e molto comuni.
Il libro che ho letto recentemente, è giusto un esempio di come nei secoli e nei secoli passati e trascorsi, nonostante non esistesse una firma e un contratto, lo scambio e le vicissitudini positive, a volte anche combattive, ma sempre con un principio totale e univoco, tra i paesi Europei, c'è sempre stato e sempre si è amalgamato. Philippe Daverio si interroga con fatti e con ironica visione sul concetto Europa visto appunto da parte dell'umana persona, scruta e si intrufola in un medioevo, nei contrasti e negli allori del seicento e del settecento e ci propina una “diversa” veduta dei fatti sotto il concetto Europeista del tempo. E' un libro viaggio che si legge amorevolmente e con punte di sarcasmo e di intelligente ironia che ti lasciano davvero un sapore divertito e intelligente in testa e nel cuore, un tuffo nel passato che se si ha a disposizione una giornata, magari vista l'estate che avanza, seduti su una sdraia al mare o in un prato in montagna, si può leggere tutto il libro e rimanerne incantati. Non ci sono espressioni, insegnamenti, opere d'arte da analizzare e concezioni pro o contro l'Europa, assolutamente, il libro, ovvero Daverio, si pone e ci pone delle “conversazioni” sull'Europa arrivando persino a parlare dei cibi e dei vini.
Un libro nuovo, a mio parere anche molto diverso dai libri “artistici” a cui Daverio ci ha abituato, singolare e che propongo vivamente di leggere, se non altro per avere una visione più “umana” di un'Europa che c'è la tendenza a bistrattare.

Roberto Busembai (errebi)
Immagine web copertina del libro

mercoledì 22 maggio 2019

NATALIE GINZBURG - LESSICO FAMIGLIARE

Dalla pagina FB "Rileggendo".

Io penso che spesso venga a mente il pensiero di Giambattista Vico, riscoperto poi da Benedetto Croce che asserisce in un sunto di poche parole una realtà purtroppo, e in certi versi forse per fortuna, che la storia ha i suoi corsi e ricorsi. E mai come in questo periodo viene sottolineato questo pensiero, senza dare attiubuzioni politiche o di parte, soltanto una mera constatazione. E proprio per questo mio “assurdo” pensare ho avuto alla mente un libro che riletto oggi penso che dia proprio quella risposta al suddetto pensiero filosofico “dei corsi e ricorsi storici”
Nel lontano 1963 fu edito un libro da Einaudi, che poi in quell'anno raggiunse l'ambito premio Strega, LESSICO FAMIGLIARE di Natalia Ginzburg.
Dal titolo si può ben capire di cosa tratta, è uno scorcio autobiografico del trascorso suo familiare dagli anni 30 a quelli 50, dove si avvicendano figure e personaggi, che spesso non hanno un senso gerarchico ma vivono attraverso i gesti e le parole, espressamente sottineate le parole (il linguaggio, il lessico) della sua famigli,Levi, soprattutto la madre e i fratelli.
E' un insieme di ricordi infantili, un susseguirsi di vicende familiare ma soprattutto una ricerca interiore di ricostruire, talvolta diverso nel ricordo, quell'ambito familiare disperso a causa della guerra. Da considerare che l'autrice aveva cinque fratelli e tutti abitavano l'uno con l'altro distanti.
Ecco allora che appaiono importanti alcune frasi, alcune parole che venivano sottolineate nei loro incontri, nei loro giochi infantili, ricordi di parole che la madre le ha insegnato, perchè lei non ha mai frequentato la scuola.
Una famiglia movimentata quella del professor Levi (docente di anatomia comparata) dove si succedevano figure più o meno importanti, come Vittorio Foa, Filippo Turati, Cesare Pavese, Felice Balbo e pure Eugenio Montale compagno della zia Drusilla.
Natalia annota ogni parola, ogni frase pronunciata, ma anche le liti dei fratelli, gli amori della sorella Paola, le stenuanti e obbligate gite in montagna precedute da faticosi e leziosi preparativi e da ferrei divieti imposti ai figli.
Naturalmente il tutto legato a quelle vicende storiche che hanno influenzato il periodo, partendo dala seconda guerra mondiale, dal fascismo che è poi l'artefice dell'uccisione del marito della scrittrice perchè legato ad attività politica antifascista (Leone Ginzburg), la persecuzione degli ebrei,fino persino ad arrivare al suicidio di Cesare Pavese e alle cadute illusioni della Resistenza.
Natalia, diceva che le famiglie somigliano a un vocabolario, come la sua partendo dal padre e elencando via via tutti gli altri appartenenti, sottileandone le caratteristiche sia fisiche sia morali, e riportando un sopito richiamo al tempo passato in cui determinate cose e atteggiamenti erano dati e voluti più dal cuore e dalle usanze, che dall'imposizione e dal dominio.
“…....e la politica era nascondere un cospiratore o avere per casa i giovani di Giustizia e Libertà”(N.Ginzburg)

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web copertina del libro

SUI TUOI PROPRI PASSI

E quel respiro forte, chiaro ed emozionato, quel risolino acceso, brioso e spensierato, ritornano sui tuoi propri passi, come una primavera ...