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domenica 27 marzo 2022

PER LA PACE


VOGLIO FARMI PROMOTORE DI UN'INIZIATIVA CHE TENDA A SENSIBILIZZARE L'OPINIONE PUBBLICA VERSO LA PACE.

Noi non abbiamo voce in capitolo, ma possiamo far sentire il nostro pensiero con un "mezzo" grande e mondiale che è il "social" per cui vorrei che tutti coloro che sono per LA PACE, da oggi e per una settimana condividessero e promuovessero questa immagine sulle loro bacheche, sulle loro pagine, sui loro social. Questa mia personale bandiera è volutamente semplice, elementare, naturale perchè la PACE è semplice naturale e elementare che debba esistere, è un'immagine dai colori quasi sbiaditi, usurati, consumati, perchè la PACE è sofferta, voluta ardita, creduta, pensata, urlata, desiderata, ambita.....

Condividete questa immagine per una settimana e promuovetela, FACCIAMO SENTIRE LA NOSTRA VOCE IN TUTTO IL MONDO.

Rpberto Busembai (errebi)

Immagine Errebi

venerdì 13 dicembre 2019

FILASTROCCA DI SANTA LUCIA

Mi sono alzato
forse troppo presto
perchè fuori è ancora
notte pesto,
eppure guardo la sveglia
e sono già le nove
e sono quelle di mattina
e ho sentito la gallina,
allora preso dallo spavento
guardo il calendario
e mi sovvengo,
oggi è Santa Lucia
il giorno più corto che
ci sia.
Il giorno dura poco
e la notte avanza
senza aver quasi lasciato
questa stanza,
la luna non si vede
e il sole nemmeno
sono tutte e due coperti
da un nuvolone nero,
Santa Lucia tu che hai
la potenza di curare
i nostri occhi
fa che questo giorno
non sia poi tanto scuro
e che si intravveda un momento
d'azzurro in questo cielo,
vieni a ristorarci con
il tuo asinello
e fa che venga
un poco bello,
poi tanto lo sappiamo
che siamo in inverno,
inverno quello vero,
ma ci scaldiamo contenti
anche a un tuo pensiero.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web

domenica 24 novembre 2019

UN CANE, UN GATTO E UN TOPOLINO

C'erano una volta, in un paese molto lontano, ma così tanto lontano che non mi ricordo neppure dove si trovava e come si chiamava, ma quello che ricordo è che c'erano in questo paese tanti, ma dico tanti, animali soli e abbandonati, era un po' il rifugio per quelle piccole bestiole che improvvisamente si erano ritrovate sole, forse perchè il loro precedente padrone era morto o forse, ancora peggio, perchè i loro padroni precedenti erano delle brutte persone che non volevano avere improvvisamene animali da guardare, curare e soprattutto amare.
In questo paese che era disabitato ormai da tanti anni, loro si davano daffare ad andare avanti e non c'erano distinzioni alcune, i gatti miagolavano tranquilli con i topi e questi squittivano volentieri alle orecchie dei loro acerrimi nemici,
nelle storie, ma non nella loro realtà. C'erano poi anche tanti cani che erano i guardiani prediletti e che godevano nel farsi carezzare dalle morbide zampe delle gattine, e poi galline, oche, coniglietti e tanti altri ancora, insomma era un paese animato anche se non esisteva l'uomo, e visto come si era con loro comportato, vigeva un vecchio proverbio "meglio soli che male accompagnati".
Tutto andava per la meglio quando era primavera e poi estate, potevano trovare da mangiare cacciando tra i campi verdi e prosperosi, trovare insetti, volatili e altre cose di cui potersi sfamare, poi con il tempo sempre bello si potevano trovare in una piazza, in un cortile o in mezzo ad un campo o al bordo del fresco fiume per giocare, ballare e scherzare insieme, ma presto sarebbe arrivato anche l'autunno per non parlare poi dell'inverno. Infatti in questi mesi, soprattutto quello del grande freddo, non avevano da trovare cibo e spesso si vedevano animaletti disperati e alcuni che se ne andavano distrutti nella speranza di poter trovare in un altro posto, un caldo riposo e un giusto cibo per sfamare, ma questi non sono mai più tornati a dire che si erano trovati bene.
Un anno fece davvero tanto freddo, da gelare in pieno giorno l'acqua del fiume, tutto era diventato bianco dalla folta neve che era caduta improvvisamente e anticipatamente dalle altre stagioni, ancora era autunno e già vigeva l'inverno, tutti gli animaletti erano davvero disperati, sarebbe stata di certo una moria totale, se non avessero inventato o trovato qualche espediente per poter cambiare. Ma che potevano fare i gatti, topi e cani, mucche, galline e conigli insieme, il cibo che la natura gli poteva dare era tutto seccato e gelato, nessuno sapeva accendere un fuoco per scaldare o sciogliere quel gelo, e si moriva davvero e di fame.
Un cane, Baldo, uno dei più vecchi che c'erano nel paese, lui che veniva dalla città lontana e aveva sulle spalle e nella mente una grande esperienza di vita vissuta bene ma anche male, fece una proposta che gli era stata suggerita proprio dalla mente e dal ricordo. Quando era giovane viveva in una povera famiglia composta dal padre madre e due bambini, nonostante i loro disagi nel poter scorrere la vita, a lui non mancava mai di mangiare, anzi spesso erano proprio i bambini che si privavano di qualche pezzetto di carne o pane inzuppato per darlo a lui. Erano poverissimi e spesso c'era pure poca legna per poter ardere e scaldare, la cena era composta di pane scuro inzuppato nell'acqua e miracolosamente qualche cavolo nero che era scampato dal gelo che aveva invaso l'orto familiare. Ma nonostante tutto erano felici e spesso nominavano una persona che presto sarebbe arrivata e che li avrebbe fatti vivere meglio e anzi una sera i due bambini si misero seduti al tavolino, una penna in mano e un foglio bianco e iniziarono a scrivere sotto l'umile controllo dei genitori:
" Caro Babbo Natale,
noi siamo due bambini poveri ma da te vorremmo chiederti soltanto, non giochi perchè sappiamo come divertirci anche senza, non dolciumi perchè possiamo farne anche senza, ma se possibile portarci un poco di pane bianco che non lo conosciamo ma sappiamo davvero buono e farci avere anche un poco di sugo quello rosso con la carne perchè possiamo anche noi dire che è Natale. Grazie babbino. Paolino e Giannino."
Poi quella lettera fu imbucata come tante altre e loro per tanti giorni e giorni attesero parlandone come un grande evento.
" Ora devo dirvi" continuò a parlare Baldo agli animali accorsi intorno " io quel Babbo Natale non l'ho mai visto e non so neppure chi sia e come sia fatto, ma vi assicuro che una mattina, sopra il tavolo della cucina, c'era un grosso pane bianco, una pentola che fumava e emanava un profumo di sugo che a pensarci ora mi viene da svenire e una lettera per i genitori in cui, seppi, c'era un indirizzo per rivolgersi di trovare da lavorare"
Ci fu un boato di sorpresa tra tutti gli animali, i cani abbaiarono per la felicità, i gatti cominciarono a far le fusa e a strusciarsi vicini alle zampe delle mucche, i topolini correvano tra un animale e un altro, le galline cantavano a più non posso e tante altre manifestazioni di gioia, finchè il cane disse di nuovo:
" Perchè non proviamo anche noi a scrivere a questo Babbo Natale?"
Si fece avanti un giovane gatto, quello che era additato come il più intelligente di tutti loro messi insieme e disse:
"Parli davvero bene maestro cane Baldo, ma forse noi animali sappiamo scrivere? Sarebbe bello quello che hai proposto ma come potremmo realizzarlo?"
Un piccolo topino si fece avanti spavaldo e urlando perchè tutti lo potessero sentire disse:
" Io la soluzione la conosco, prendiamo un grosso foglio bianco e sopra lasciamo le nostre impronte, ognuno con la sua zampa, così sono sicuro che quel Babbo Natale capisce da chi la lettera è inviata"
Fu acclamata davvero quella genialità e dopo alcuni giorni si ebbe a fare come era stato detto, ognuno sporcava una zampa in una pozzanghera di acqua che a malapena si era scongelata, e con la fanghiglia che si era formata, la zampa lasciava nel grande foglio un perfetto disegno dell'animale, si videro orme di cane, gatto , topo, gallina e tante altre.
L'indomani la lettera era "scritta" non restava che inviarla ma rimanevano ancora due grosse problematiche.
"E l'indirizzo ?" disse la gallina
Silenzio assoluto misto a disperazione, già si sentivano alcuni che si lamentavano per avere aderito, quando si sentì la voce di un'anatra che disse starnazzando:
" Cogliamo nel bosco un ramo di agrifoglio con le palline rosse che ha di frutto e il ramo lo infilziamo nella busta, quello è il simbolo del Natale, almeno nella fattoria dove abitavo un tempo, vedrete che capiranno a chi la lettera deve andare"
Non si aspettò nemmeno l'approvazione generale che subito qualcuno aveva colto quel rametto con ben tre palline rosse, venne infilzato nella busta e .......
"E adesso è da impostare.....chi si offre volontario?"
Un cane, un gatto e un topo partirono e arrivati alla buca delle lettere che per loro risultava troppo alta, trovarono la soluzione, il cane si fece salire sulla groppa il gatto in piedi che sulla testa aveva il topo con la lettera tra le zampine, e fu proprio lui ad imbucare. Quando c'è condivisione, amicizia e amore si può fare di tutto senza pensare ad alcuna distinzione, perchè se il cane avesse pensato per se proprio non avrebbe mai scritto la lettera a Babbo Natale, se non ci fosse stato il gatto ad avere la geniale idea, niente sarebbe stato fatto e se non ci fosse stato il topo a trovare la soluzione all'indirizzo la lettera non sarebbe neppure arrivata.
Pare che in quel paese d'allora in poi, fossero ritornate le persone ad abitare e che gli animali vivessero in piena allegria, insieme e con il ricordo della loro unità che anche gli uomini, loro padroni, iniziarono ad invidiare.


Roberto Busembai (errebi)
Immagine web by Petra Brown

venerdì 8 novembre 2019

L'ORCO BUONO E IL RAGAZZO STOLTO

E' una classica fiaba, ma come tutte le cose anche se antica e risaputa, fa sempre piacere riascoltarla e come diceva il suo autore, Giambattista Basile, in proposito a questa sua nuova..... “Pazzi e ragazzi, Dio li aiuta!”
Viveva una donna di nome Marsella, in disagiate condizioni e aveva pure un figlio che non poteva nemmeno darle aiuto, tanto era stolto e sciocco. Lei si dava da fare ad insegnargli qualche cosa, ma lui non ne voleva proprio sapere e nemmeno con le botte, che spesso lei allungava, riuscivano a farlo cambiare. Ma un giorno questo povero ragazzo, stanco di dover sempre subire e soffrire dei dolori inferti, se ne scappò di casa e camminò talmente tanto che già era notte fonda quando arrivò di fronte a una piccola casa. Bussò e gli fu aperto, e colui che l'abitava era un Orco, brutto, grosso, fatto male, ma non era il solito orco delle fiabe, lui contrariamente a tanti altri era di buon cuore e vedendo quel povero ragazzo, lo ospitò in casa sua e lo prese a suo servizio.
Il ragazzo da quel giorno parve avere trovato la felicità, era ben protetto e amato, ma dopo due anni iniziò a sentire la mancanza della madre e chiese all'Orco se poteva andarla a visitare.
Questi approvò il suo desiderio e anzi gli dette un'asino come compagnia dicendogli:
“Porta con te questo asino ma mi raccomando non dirgli mai “ Arri, tesoro”.
Il ragazzo contento si avviò verso la sua vecchia casa, ma a metà percorso curioso come era, volle provare a dire quelle parole per vedere cosa sarebbe accaduto, e infatti, appena pronunciate dall'asino cominciarono a cadere rubini, zaffiri e smeraldi.
Raggiante raccolse tutto e poi, dato che si faceva sera, si fermò ad una locanda per mangiare e riposare, e si raccomandò all'Oste di tenere in luogo asciutto il suo asino ma di non pronunciare mai in sua presenza “Arri, tesoro”.
Appena il ragazzo ebbe mangiato e sicuro che dormisse profondamente, l'Oste incuriosito da quello che gli aveva detto poc'anzi il giovane, entrò nella stalla e quando fu davanti all'asino pronunciò le fatidiche parole. Non vi dico la meraviglia e la felicità di quell'uomo quando vide tutto quel benessere di cose.
L'indomani mattina alla partenza del ragazzo, l'Oste gli diede un altro asino simile a quello del giovanotto, il quale ancora convinto di avere in possesso quel magico animale, quando arrivò a casa dalla madre, dopo i convenevoli saluti, la rassicurò dicendole che aveva un dono per lei meraviglioso e pronunciò le parole magiche ma......non accadde niente e la madre irata per questo ulteriore oltraggio, buscò di nuovo il figlio che di corsa se ne ritornò dall'Orco.
Passarono ancora due anni e anche stavolta il rimorso di avere lasciato la madre sola e in difficoltà lo colsero di nuovo e chiese ancora di visitare la sua dimora.
Il buon Orco acconsentì e stavolta gli offrì un tovagliolo come suo ricordo ma: “ Ma mi raccomando non dire mai, - Tovagliolo apriti!- perchè avresti da pentirtene”.
Ma la curiosità dello sciocco ragazzo non aveva limiti e durante il tragitto non potè stare senza nominare la frase e dal tovagliolo apparvero vivande, vini, frutta tante da imbastire un desco reale per non si sa quante persone. Di nuovo arrivò stanco alla solita locanda, e anche stavolta si raccomandò all'Oste perchè avesse cura di quel tovagliolo e di non dire mai “Tovagliolo apriti”.
Solita cosa, appena il giovane fu a letto, l'Oste prese il tovagliolo e pronunciò la frase, e anche stavolta, rimase stupefatto e saltellava di gioia come un pazzo.
L'indomani il giovane partì verso la casa di sua madre con in tasca un tovagliolo qualsiasi, perchè naturalmente l'Oste quello magico se l'era trattenuto e aveva fatto passar questo per buono.
Solita storia, il figlio rassicura la madre che i loro problemi sono finiti e stende il tovagliolo pronunciando il misterioso detto, ma non accadde di nuovo nulla e stavolta dovette subito fuggire dalle ire e dalla rabbia della madre.
Passarono ancora due anni, e il giovane ancora dall'Orco, nonostante fosse ben curato, mangiasse e vivesse agiatamente, sentiva il bisogno di ritornare a casa, nonostante tutto e di nuovo chiese il permesso al suo buon padrone.
Stavolta l'Orco lo salutò con tutto l'amore possibile e gli donò un bastone con l'ennesima raccomandazione: Non dire mai “Mazza alzati” o “ Mazza coricati”.
E stavolta il ragazzo rispose al caro Orco: “ State tranquillo ho imparato la lezione”.
Si avviò così verso il suo destino e quando giunse di nuovo alla locanda, mangiò e poi prima di coricarsi disse all'Oste: “ Mi raccomando di tenermi in buona guisa questo bastone, mi è particolarmente caro, ma mi raccomando non dite mai “ Mazza alzati!”. E se ne andò a letto.
Solito programma, l'Oste prese il bastone e subito pronunciò la parola magica ma stavolta non furono ricchezze o cibarie, stavolta furono botte e botte e botte, e tante ne avrebbe avute da quella mazza impazzita se non fosse corso dal ragazzo supplicandolo di far smettere quel brutto incantesimo.
Il giovane allora disse: “ Prima rendetemi il mio asino e il mio tovagliolo”.
L'Oste non se lo fece dire due volte e restituì il dovuto, e quando il ragazzo si ebbe accertato che erano quelle vere pronunciò questa frase: “ Mazza coricati!” e finirono le botte sulla testa dell'Oste.
Stavolta arrivò a casa sicuro di quello che avrebbe fatto, e difatti la madre non ebbe che da ringraziare e prostrarsi a quel suo figlio sciocco, che poi in fondo non era mica tanto stolto visto quello che era riuscito a portare!.
Mio libero riadattamento da una fiaba di Giandomenico Basile
Immagine ERREBI da Enciclopedia della Fiaba

venerdì 18 ottobre 2019

GIANNI LO SCIOCCO


Un'astuta e bella principessa, stanca dei soliti insulsi e ignoranti corteggiatori, nella volontà di sposarsi e di avere a fianco un principe che fosse in grado di poter tenere a bada i cortigiani e il Reame tutto, volle metterli alla prova, instaurando con loro una normale conversazione valutando così la loro perspicacia e intelligenza dalle risposte dategli. Ma l'esperimento sembrava non dare buoni frutti, nonostante i pretendenti venissero pure dai paesi lontani, nel dialogare con loro, nessuno era all'altezza dell'intelligenza e dell'acume della principessa.
Nel tempo in cui si svolgevano questi fatti, c'era in un paese limitrofo, vicino al quel reame, un contadino che aveva tre figli, che oltre a essere una mano forte per il suo lavoro avevano anche un acume particolare, il più grande di esse sapeva addirittura a memoria tutto il dizionario latino, il secondo non c'era articolo del codice che non conoscesse, mentre il terzo suo malgrado, non sapeva assolutamente niente, era un bravo ragazzone, lavoratore, sempre ubbidiente e composto, ma la sua semplicità era talmente grande che abbondava di non sapienza tanto da essere conosciuto come Gianni lo Sciocco.
Naturalmente anche questi giovani ebbero a conoscenza del bando indetto dalla principessa e vollero sostenere la prova, compreso il povero Gianni.
Un giorno partirono insieme a cavallo, ed insieme arrivarono al cospetto della regina, ma i due sapientoni, al cospetto di tanta bellezza e di tanto fasto non riuscirono a cavar parola e furono naturalmente scartati. Gianni, che era entrato nel palazzo con un corvo morto, una scarpa rotta e un pugno di fango che aveva raccolto strada facendo, spavaldo si inchinò davanti alla regina asserendo:
Che caldo che fa qui dentro!
Certo, rispose la giovane, perchè sto cucinando dei polli.
Allora potrei cuocere anch'io questo corvo?
Se volete, non ho problemi, ma non ho sufficienti casseruole.
Che importa, l'ho io. E mostrò la scarpa rotta.
Ma manca la salsa! (La principessa ci stava prendendo gusto)
Se permettete mia principessa, ho anche quella. E prese del fango che aveva nelle tasche.
Bravo! Ma lo sapete che ogni cosa che voi dite domani sarà pubblicata in tutti i giornali del mondo?
E mostrò a Gianni alcune persone che in effetti prendevano nota del colloquio.
Bene! Allora loro si meritano la parte migliore.
E gettò il resto del fango sulla faccia di quei signori.
La figlia del Re rimase talmente soddisfatta delle risposte di quel giovane che volle subito preparare le nozze dichiarando vincitore il semplice ma astuto Gianni lo Sciocco.
Spesso e anzi meglio, sa districarsi nella vita, una persona semplice e con poca sapienza, ma con intelligenza e acume innato , che tanta sapienza appresa e ripetuta a memoria come anatre rumorose sulle aie. Bisogna sapersi districare nella vita a seconda del momento e delle situazioni, e il sapere è importante ma bisogna avere anche la proprietà di saperlo adoperare.
Mio riadattamento dalla fiaba “ Gianni e lo Sciocco” di H.C.Andersen
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: “Gianni e lo Sciocco” illustrato da C.Ruffinelli

venerdì 11 ottobre 2019

LE DUE ZUCCHE e IL VENTO INVIDIOSO



LE DUE ZUCCHE
In tempi autunnali, era solito e consuetudine che piovesse tanto, e spesso anche troppo, infatti un giorno un fiume, che sempre percorreva il suo corso in tranquillo e normale scorrere verso il mare, si riempì tanto d'acque che non riuscendo a contenerle nel suo letto, fu costretto a tracimare nelle campagne confinanti e invadendo coì cose, animali e persone. Le ultime seppero comunque mettersi in salvo, alcuni animali purtroppo non riuscirono nell'intento di rimanere in vita, ma la vegetazione e gli orti non ebbero risparmio e furono perciò allagati e dispersi.
In questo fare impetuoso, due zucche, belle tonde e dal colore arancio acceso, furono addirittura strappate dal loro appiglio e trascinate con forza dalla corrente, ma fortunatamente esse galleggiavano, e anzi una davvero si sosteneva a galla con molta e naturale meraviglia, mentre l'altra appena appena emergeva dal flutto.
La prima, quella che sapeva ben galleggiare e navigare, incitava e derideva l'altra:
Ma che fai, hai paura? Guarda come nuoto bene e come so fare a stare a galla, mi diverto pure con l'onda, dai che fai, rimani indietro?
Un ranocchio, che quando ci sono queste fiumare non mancano mai sulla scena, sentì quella zucca e non potette starsene zitto e ebbe giustamente a replicare:
Non ti credere tanto superba, amica mia, lo sai il motivo per cui riesci a stare meglio a galla al pari della tua simile? Perchè sei vuota dentro!
Quanta gente galleggia per lo stesso motivo!
IL VENTO INVIDIOSO
In un ammirevole giardino, troneggiava una rosa per il suo splendido e particolare colore ma soprattutto per l'incantevole profumo che emanava a tal punto che un sottile alito di vento giocava, nel carezzarla, per poter espandere e godere di quella bontà. Improvvisamente su quel bellissimo fiore si posò un'ape e iniziò il suo fare naturale di asportarne il nettare, ma il vento invidioso, pensando che quell'insetto potesse portare via tutto quel profumo, si fece più brusco e iniziò a spirare con più violenza per scacciarlo, ma l'ape non se ne staccava, anzi, ben aggrappata ai petali continuava imperterrita il suo lavoro. Allora il vento soffiò tanto, ma tanto più impetuoso, che mise si in fuga l'ape che svolazzò subito in altro giardino, ma l'impeto era stato tanto mai forte che spezzò anche lo stelo della rosa che a terra, dopo poco, iniziò ad avvizzire.
Così, come accade assai spesso, l'invidia operò a proprio danno!
Mio riadattamento di due favole del “CLASIO”, ovvero del poeta Luigi Fiacchi di Scarperia (FI) 
Roberto Busembai (errebi)
Immagini web

venerdì 27 settembre 2019

CINQUE GATTINI COLORATI

Uno si chiamava Gino
era quello piccolino,
l'altro era Mariolino,
quello più birichino,
uno si chiamava Aldo
e aveva sempre caldo,
uno ancora era Pinetta
un dolce micetta
l'ultimo, ma non per importanza
si chiamava Lanza
e non si sapeva che nome fosse
che a pronunciarlo faceva venir la tosse.
Erano cinque piccoli gattini colorati
che vivevano appartati
in una casa abbandonata
dove Pinetta c'era pure nata,
una stanza per mangiare
e un letto grande per riposare,
altre stanze abbandonate
per passarci le giornate
e per cibo c'era la Martina
una cara e dolce bambina
che abitava proprio li vicino
e pensava a loro un pochino.
A destar le notti e i giorni
era un topolino nei dintorni
che fugace e astutamente
gli rubava il cibo e non lasciava niente,
lui arrivava di soppiatto
e lasciava a bocca asciutta ogni gatto.
Bisognava trovare la soluzione
per porre fine a quella situazione!
Una notte tutti e cinque i gattini
fecero finta di dormire chiudendo i loro occhini,
il topo arrivò com'era solito di soppiatto
ma trovò ad aspettarlo un altro grosso gatto,
era il gatto del villaggio, Sansone il rosso,
che se ti saltava addosso
non rimaneva niente che potesse a lui sfuggire
se non la voglia di morire,
e così quando il topo vide quel gigante
in un attimo si fece errante
e da quel giorno non venne più a disturbare
e del cibo dei gattini a mangiare.
Erano cinque gattini colorati
erano soli ma molto fortunati,
avevano Sansone come personale difesa
e Martina che faceva loro la spesa.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web:Watercolour of six kittens in a canopied bed woken by a mouse (circa 1900) by George Hope Tait.

venerdì 6 settembre 2019

I DUE CANI

Un vecchio cacciatore aveva in possesso due bellissimi e diligenti cani, intelligenti e fedeli al suo volere.
Uno era un abile predatore, e usciva sempre con il suo padrone, alla cerca di animali o selvaggina, si intrufolava tra pruni e nei boschi, fiutava le prede fino alle loro impervie tane e nascondigli, correva dalla mattina alla sera e riusciva sempre a portargli qualcosa di buono.
L'altro invece se ne stava sempre accovacciato a poltronire in casa, spostandosi tra una stanza e l'altra, tra un cuscino e una poltrona, dormiva e si svegliava soltanto per scacciare la noia o per mangiare, e aspettava la sera, con dovuto entusiasmo, quando sarebbe rientrato il suo padrone.
Infatti era in quel momento che avrebbe avuto come merito al suo non fare niente, un bel pezzo di carne o qualche saporito osso da sgranocchiare,e era sempre in quel momento che avrebbe ricevuto tutte le carezze e le coccole che un bravo padrone possa fare al suo compagno animale.
E proprio queste smancerie e queste attenzioni erano diventate il tarlo negativo del primo cane che cominciò a lagnarsene con il suo simile:
Credo che sia iniquo l'atteggiamento del nostro padrone. Io che lavoro tutto il giorno, mi faccio in quattro per trovargli cibo, che metto a rischio, talvolta, pure la mia vita, pur di accondiscendere ai suoi desideri e spesso mi prendo anche bussi e rimproveri se non mi comporto bene, non ho mai un complimento e un'attenzione; mentre te, che vagabondeggi tutto il giorno, che a malapena abbai per farti sentire, che dormi e tiri la giornata spostandoti pesantemente da un letto a un divano, la sera vieni omaggiato e coccolato godendo così del frutto del mio pesante lavoro1
Caro mio – rispose l'altro cane sbadigliando - che colpa ne ho io? Il padrone mi ha insegnato a non lavorare e a vivere agiatamente e della fatica altrui.
Dell'incapacità, della svogliatezza e dell'oziosità dei figli ne sono colpevoli solo e esclusivamente i loro genitori.
Mio riadattamento di una favola di Esopo
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web Incisione stampa antica Howitt

venerdì 16 agosto 2019

LA VERITA' E LA FAVOLA

Dalla mia pagina FB: " Fabulae e Fiabe"


La Verità è un'umile e timida signora, che nuda abita nei fondali di un profondissimo pozzo, ma un giorno, stanca e abbattuta dall'eterna solitudine, uscì decisa dal pozzo per andare incontro alla gente.
L'idea sarebbe stata bella, ma già dai primi che la incontrarono ne fuggirono come cosa brutta, allora lei non si perse d'animo e cominciò a bussare caritatevolmente alle porte delle case, ma tante non furono aperte, tante gli furono addirittura sbattute in faccia, nessuno voleva accoglierla e averla intorno.
Alla Verità, umiliata e depressa, non rimaneva che ritornarsene alla sua vita in disparte e in piena solitudine, e così si incamminò per la campagna intenta a ritornarsene alla sua dimora, ma il destino volle che incontrasse una bellissima signora, rivestita di trine e sete leggere e colorate, veli e gioielli, alcuni falsi, pochi veri, ma tutti sfavillanti: era la Favola!
“Buon giorno”, fu il saluto cordiale della Favola, “cosa fai da sola su questa strada dismessa?”
“ Sto morendo di freddo, lo vedi?” rispose la Verità “ eppure nessuno mi vuole aiutare, non c'è un qualcuno che voglia sapere di me, appena mi avvicino, scappano tutti”.
“ E pensare che io e te siamo anche parenti...parenti strette, e io , invece, dove vado, sono assai bene accolta. Però posso capire” aggiunse la Favola “ te hai un grosso torto: ti presenti nuda e troppo poco vestita...No, no!....Sai ho un'idea, facciamo così....riparati sotto il mio mantello e andiamocene insieme come buone sorelle. Sono certa che sarà conveniente per tutte e due, vedrai, i savi mi accoglieranno in grazia della Verità che nascondo e i pazzi ti faranno festa perchè sarai frusciante delle mie sete e luccicante dei miei gioielli!”
Spesso la Verità è troppo cruda (nuda) che soltanto nella Favola trova l'abito per potersi presentare e a noi non resta che ascoltare, in fondo la funzione della Favola non è altro che arrivare a chi la verità non vuole ascoltare e far si che possa cambiare il suo modo di “guardare”.
Mio riadattamento da una favola di Jean Pierrre Claris de Florian
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Illustrazione by Kuri Huang

giovedì 8 agosto 2019

LA FORMICA E IL GATTO



Dalla mia pagina FB: "Fabulae e Fiabe"

In un'aia assolata, una di quelle grandi, limitata soltanto da vecchi muretti, dove una fila di case in ugual fattura vi si affacciano quasi a tenerla d'occhio, s'incontrarono per caso, o per destino, un gatto che del caldo si faceva inondare e una formica indaffarata e svelta.
Si guardarono alla prima, ma non si dettero importanza, solo che la formica, dispettosa e civettuola, non potendo di stare zitta e fermandosi disse al gatto:
“ Caro gatto mio, te hai poco cervello! Ma come, acchiappi un topo e avanti che che tu lo finisca, miagoli, lo liberi e lo riacchiappi, te lo passi tra le zampe come una pallina, ci salti intorno, insomma ci perdi un mucchio di tempo, che se invece tu lo finissi subito, il tempo sprecato ti servirebbe per cacciarne altri!.
Fai come me! Io,non perdo tempo! Appena trovo un chicco o una briciola che mi soddisfano, subito mi affretto a portarli nel mio granaio e riesco immediatamente a cercarne altri, e così per tutto il giorno, senza tregua.
Fidati, fai come me non sprecare inutilmente le ore a gingillarti!”
Il gatto, con la sua tipica flemma, prima guardò la formica con noncuranza, poi non potendo stare zitto e chetare quella lagna, rispose:
“ Cara mia formica, mi dispiace dovertelo dire, ma la sciocca in questo caso, sei proprio te. Ma come, io dovrei affaticarmi, come fai te, per avere moltissimo e poi? Non godere di nulla? Fossi matto!
Meglio quel poco che si ha e di quello trovarne soddisfazione e letizia e andare avanti quel tanto che basta, senza affanni, godersela la vita cara mia, non tribolarsi!

E come disse il Gozzi al finire della favola....
“Non mi pare che il gatto parlasse male: sicchè se vi pare, ingegnatevi d'imitarlo da qui in avanti, come avete finora imitata la formica.”
ERREBI da "La fiabe di Carlo Gozzi"
Immagine web: da un libro di fiabe anni '70

lunedì 5 agosto 2019

ANTONIO E IL CORVO

Era salito sopra un filo della luce, solo perchè lo aveva visto fare, tante volte, al suo corvo migliore, quel nero volatile che abitava ormai da anni nel suo giardino, e del quale accudiva e pure gli puliva il luogo dove spesso si soffermava a mangiare. 
Alberto era un giovanotto, di media statura, non propriamente bello, ma non si poteva definire, perchè poi del bello non tutti hanno la stessa opinione, comunque un ragazzotto robusto, non propriamente grasso, dalla pelle bianca e da un neo sulla guancia destra, che forse lo faceva apparire un poco diverso, anche se nei suoi modi di fare e di pensare era molto originale.
Viveva con sua madre, una donna ormai ceduta alla salute e alla vecchiaia, che stava sempre seduta su una vecchia poltrona in vimini rivestita da una tappezzeria colorata a fiori enormi, che del colore ormai erano rimaste solo ombre, e si spostava solo per andare a letto, quando Antonio con la sua magistrale forza, la prendeva sulle sue braccia e la poneva delicatamente sul materasso. Era stata una donna di un coraggio unico e dalla volontà sovrumana, aveva allevato quel ragazzo “diverso” come lei lo chiamava, con tutta la speranza che un giorno sarebbe cambiato o se non altro avesse trovato un qualcuno che lo comprendesse, perchè lei era cosciente che non si può essere eterni e per sempre , e un domani, ora prossimo se lo sentiva, lei se ne sarebbe andata e il dolore più grosso della sua vita, sarebbe il doverlo lasciare solo. 
Alberto non era “diverso” era speciale, così diceva il suo amico di scuola, Massimo, che dal tempo delle elementari non lo aveva più abbandonato, spesso lo veniva a trovare, anche ora che era sposato e aveva avuto pure un figlio d'accudire, e proprio di quel figlio, Antonio era stato il padrino, quella mattina di un primo agosto, nella piccola chiesa del paese, dove il giovane prete eseguiva il battesimo e l'imposizione del nome, che Antonio vestito a festa, con la cravatta e il cilindro nero in testa, teneva sulle braccia quel corpicino addormentato, che al primo bagnare sulla fronte si fece sentire, e Antonio si sentì disperato quasi colpevole lui di averlo svegliato.
Sua madre avrebbe voluto che studiasse, che in fondo a scuola, così gli insegnanti gli dicevano, si applicava e pure dava buoni profitti, ma lui non ne volle sapere e dopo le classi obbligate, si cercò da lavorare, Antonio amava i motori, il loro rumore e il loro fantastico modo di poter far camminare, e riuscì a farsi ben volere dal meccanico del paese, un uomo solo, con tanto lavoro e olio addosso e pochi pensieri sulla testa, al di la di quello da farsi da mangiare.
La contentezza di quel ragazzo quando seppe che il Giuvà, il meccanico, lo aveva preso in prova per tre mesi, era incontinente, tutto il paese in un attimo ne era a conoscenza, Antonio lo urlò, con un sorriso geniale sulla bocca e con gli occhi umidi dall'emozione forte, a tutte le porte e a tutte le persone che trovava...”Ho un lavoro, sarò meccanico” e tutti non si facevano meraviglia di quell'atteggiamento, conoscevano il “diverso” , “il matto”, il “ non normale”, così era risaputo Antonio tra le persone. Anzi se ne meravigliarono ma poi, appreso che andava dal Giuvà non si ricredettero di molto, del resto anche il meccanico, laggiù al fondo del viale, mica era poi tanto per la quale, almeno una cosa lui l'aveva bene nella testa, lavorare.
La madre non era poi tanto soddisfatta, e la prima mattina fece finta di scordarsi di andarlo a chiamare, e quando il ragazzo di soprassalto vide che ore erano e che era già in forte ritardo, svelto si rivestì, entrò nella cucina e senza prendere il caffè, che sua madre comunque gli aveva preparato, diede uno sguardo cattivo e in cagnesco se ne uscì violento, lasciandola in piedi vicina al rubinetto del lavello, che nella sorpresa, aveva lasciato aperto, e continuava a scendere acqua fino a travasare.
E i giorni passavano e il lavoro andava per la quale, lei rimaneva di nuovo sola in quella casa senza più un interesse, lavava, stirava, faceva da mangiare e qualche volta andava dalla vicina, anziana più di lei, a farle delle pulizie per quel poco che “poverina” sporcava. Due fiori nel giardino, qualche tentativo di prodotti ortivi, e poi i panni e le stirature, e la sera preparare cena che Antonio quando viene ha fame, e non vuole discussioni. Poi aiutata da lui a fare le faccende, riporre stoviglie e tovaglie e un poco di televisione mentre con i ferri lei si divertiva a fare maglioni e maglie per l'inverno, che come sempre aveva da venire. Antonio si ritirava nella sua piccola camera, si stendeva sul letto, aggiustava il guanciale e poi si abbandonava alla lettura di un qualsiasi libro, amava leggere e sapere e quello era il suo secondo amore, dopo i motori.
Ogni sabato pomeriggio, che era libero dal lavoro, ora che aveva anche qualche spicciolo in più da poter usare, si recava alla città vicina, prendeva la corriera, quella dell'ora prima della mattina e con il biglietto in mano, per far vedere al guidatore, che lui aveva pagato, si sedeva al primo posto, quello davanti, perchè a lui piaceva vedere le cose, le persone, e la natura che gli sarebbe passata davanti. Arrivava che già il mercato sulla piazza era iniziato,si intrufulova come un cagnolino tra le persone intente a vendere e comprare, si divertiva a vedere di come le persone avessero mille atteggiamenti a seconda della loro situazione, un venditore di frutta che gridava “Tutta roba fresca”, mentre il pesciaio, puzzolente di mare e di marciume, gridava...”Pesce, pesce azzurro, pesce da mangiare”. Poi c'era il suo amico Franco, un uomo dai capelli bianchi, anziano più di sua madre, che era stato un venditore nel passato, ma ora avendo poco di pensione, si arrangiava a fare le bolle grandi, con due canne e una corda da tuffare in un secchiello, ricolmo d'acqua e di sapone. Antonio si fermava come i bambini a guardare quelle meraviglie che salivano nel cielo e diventava triste quando svanivano per l'effetto consumato del sapone. Con Franco spesso andavano al bar vicino alla piazza, a prendersi un “bicchierino” inteso come un bicchiere colmo di vino bianco, se faceva caldo, o rosso, nelle giornate fredde dell'inverno, e come sempre, pagava Antonio, e era proprio felice per questo, si sentiva importante e il Franco, che lo comprendeva, lo lasciava fare.
Ma era venuto in città per andare alla libreria, era la che finiva la sua mattinata, tra gli scaffali e i tavoli ricolmi di carta stampata, ogni copertina era per lui un sogno, ogni titolo lo incantava e si immaginava pure di esserne il protagonista, di navigare per i lontani mari, sorvolare le montagne e arrivare fino al cielo, e si divertiva a leggerne una piccola parte, una pagina, un trafiletto e sempre ne usciva con qualcuno sotto il braccio, sicuro che presto li avrebbe letti.
Da alcuni anni in quel giardino era venuto ad abitare, per suo diletto, un corvo dal becco giallo e nero come il carbone, sua madre non lo detestava, ma Antonio piano piano e con molto affetto se lo fece amico e ogni giorno gli lasciava, in un angolo del piccolo giardino, in un sotto vaso in coccio rosso, un qualche cosa da mangiare, cominciando con molliche di pane per essere arrivato perfino a pezzetti di pollo e di coniglio arrosto, che riusciva a levarsi, di nascosto, dal piatto, altrimenti sua madre, nonostante fosse ormai adulto, trovava sempre da brontolare.
Quel corvo, a poco a poco, per rendergli il favore e l'interessamento, cominciò a seguire Antonio in ogni dove, in principio sorvolandogli sopra senza farsi notare, poi piano piano si avvicinò al punto che ogni volta che lui andava a lavorare, portava il corvo, che si posava sulle sue spalle e poi arrivato dal meccanico, lo lasciava libero di andare, che tanto poi, la sera, prima di chiudere e uscire, si sarebbe fatto vivo senza nemmeno che si facesse aspettare. 
E nel paese si cominciava a chiacchierare sempre più forte, che quell'Antonio era da curare, che poteva essere pericoloso e che si tenesse a bada i bambini altrimenti chissà, lui, “il matto”, cosa gli avrebbe fatto fare o inventare.
Un giorno, mentre china sopra il piccolo orto, coglieva quelle poche zucchine mature che la terra gli aveva donato, sua madre venne colta da un brutto male, un grido e poi cadde a terra come una zucca marcia, e furono le vicine ad accorrere e a urlare soccorso.
Fu un incaricato della pubblica assistenza che avvisò Antonio della brutta cosa, lui andò di corsa all'ospedale e si rese conto che sua madre non era più la stessa, la testa era partita e pure il movimento se n'era definitivamente andato. 
Lasciò il lavoro, per accudirla e esserle vicino, viveva con il poco che aveva messo da parte e con la piccola e misera pensione di lei, che tanto aveva lavorato e poi per niente, e la mattina la metteva sulla sedia e la sera la riprendeva e la deponeva a letto, preparava mangiare per se e per il corvo che gli era sempre appresso e che, forse, aveva inteso anche lui la situazione, che da quel giorno non si mosse più da quel giardino, l'unica uscita che faceva era il posarsi sopra un filo della luce, che passava di sopra alla casa e dal quale poteva controllare il suo padrone.
Passò un inverno e non si fece in tempo a veder l'estate che sua madre lasciò questo mondo con la serenità nel corpo, forse, non certo nella mente, e Antonio dopo il funerale, entrando nella casa, vuota, con la sedia in vimini dal rivestimento a fiori ormai svaniti, dalle stanze buie e grigie, dagli ormai svaniti profumi, salì in un attimo sul filo della luce in bilico nel tempo e nel vuoto del momento, con appresso il suo corvo fedele e con un giornale da leggere per tenere la mente in movimento. 
Aveva portato con se anche un ombrello, pensando “ Se poi dovesse piovere sappiamo come ripararci, perchè io non scendo, il mondo è bello di quassù, dove lo posso guardare, e dove nessuno può venirmi a cercare per disturbarmi dal mio “diverso” pensare”.


Roberto Busembai (errebi)

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venerdì 2 agosto 2019

LA GATTA SELVATICA

Dalla mia pagina FB “Fabulae e Fiabe”
Una bellissima e panciuta gatta, trovò per riparo ai piccoli da poco partoriti, un comodo e proprizio cavo di una maestosa quercia, ma non si era accorta che anche una stupenda aquila aveva nidificato proprio sui rami, in alto, di quella stessa quercia e guarda caso anche una cinghiala selvatica aveva trovato riparo per i suoi piccoli scavando sotto, nelle radici, di quella bellissima pianta. 
Questa vicinanza era proprio di disturbo per la tranquilla gattaselvatica che pensò bene di escogitare un qualcosa per farli smuovere da quel luogo. 
Una mattina, ben decisa e con il pelo ben lisciato, si arrampicò sulla quercia e arrivò vicina al nido degli aquilotti dove incontrò naturalmente la madre e gli disse:
“ Ahimè, mia cara aquila, la nostra fine,ovvero quella dei nostri pargoli, è certa! Ma non ha visto? Giù in basso! Una cinghalaccia scava tutto il giorno, senza tregua e con foga, per far si che l’albero perda le sue forze e cada, così da poter divorare in un attimo i nostri figli!”
E continuò a raccontare di queste imprese e di queste possibili disgrazie fin tanto che si accorse di aver messo assai timore e paura nell’animo dell’aquila.
Il giorno dopo, soddisfatta dell’impresa del giorno prima, si recò dalla cinghiala e gli disse:
“ Oh che malanno, che malanno cara mia cinghiala! Ma non ti sei accorta che al disopra di noi, sui quei belli e robusti rami, ha nidificato un’aquila? E ha detto che aspetta che noi usciamo per trovare cibo ai nostri piccoli, così essi, essendo soli, saranno preda e cibo per i suoi.”
E anche con la cinghiala essa raccontò di questi pericoli fintanto che si fosse intimorita al punto giusto.
Una volta spaventate per benino quelle conquiline, la gatta se ne ritornò dai suoi gattini e di notte, quando tutti dormivano andava a caccia di qualche cosa da mangiare, mentre per tutto il giorno se ne stava accovacciata con i suoi piccoli fingendo di avere paura dell’una e dell’altra, mentre sia l’aquila che la cinghiala per timore e dalla grande paura che era stata loro impressa, non uscivamo mai. 
Tanto bastò che nel tempo, per mancanza di cibo, la famiglia intera dell’aquila e della cinghiala morirono, e fu allora che la gatta potè avere in abbondanza da che cibare i suoi gattini.
Questa favola, così irruenta e tragica, così violenta e truce altresì non è che la storia dell’uomo la cui lingua biforcuta, che tanto maledice e tanto inventa, da procurare un male doppio e ancor più maligno e crudele. Non mancano purtroppo gli esempi e non sto certo a nominarveli e a descriverveli.
ERREBI da una favola di Fedro del secolo I
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venerdì 26 luglio 2019

LE AVVENTURE DI DUE FRATELLINI

Dalla mia pagina FB: "Fabulae e Fiabe"
C'era una volta un buon uomo.....così ha inizio una delle miriade di fiabe del grande Giambattista Basile, una delle tante fiabe da cui hanno preso spunto i più grandi favolisti del dopo '600, dal francese Perrault ai tedeschi fratelli Grimm ...e comunque voglio continuarla a raccontare e sono sicuro che nel leggerla, se già non la conoscete, troverete molte analogie di altre fiabe più famose, compreso pure il famosissimo Pinocchio.
C'era una volta un buon uomo, che aveva due bambini, Ninnillo e Nennella, ma non potendo accudirli da solo, visto che la sua cara moglie era morta, ebbe la mal augurata idea di risposarsi.
Infatti la nuova consorte non sopportava affatto questi due bambini, anzi lo incitava perchè se ne liberasse e lo faceva con tutta la rabbia possibile:
“ Io non faccio la bambinaia a nessuno, o i tuoi figli o io in questa casa!”
Una mattina il pover uomo, prese i due bambini e li portò lontano nel bosco poi fermatosi in una radura, diede loro delle provviste e gli disse:
“ Qui avete da che sfamarvi e abbeverarvi, e se vi venisse la voglia di ritornare a casa, seguite la striscia di cenere che ho seminato per terra.”
I bambini in principio erano contenti di ritrovarsi lontani dalla matrigna, ma appena cominciò a farsi notte, furono presi dalla paura e si incamminarono verso casa seguendo la scia di cenere.
Non potete immaginare le ire di quella donna appena se li ritrovò alle gonnelle!!!
Il giorno dopo il padre rifece la stessa cosa e stavolta, nel dare loro le provviste, piangeva come un infante, e disse loro:
“ Bambini queste sono le provviste, gli alberi della foresta vi faranno da tetto e il fiume vi sarà prop izio per bere, qui sarete tranquilli e non dovrete sopportare quel veleno di donna e se vi venisse voglia di ritornare a casa, seguite la scia di crusca che ho seminato lungo la strada”. E sempre piangendo se ne ritornò a casa.
Ma stavolta , al sopraggiungere della notte, quando i due bambini cercarono la scia per ritornare, non trovarono niente, forse qualche asino se l'era mangiata.
Soli e abbandonati, non ebbero che la forza di proteggersi da soli, dai molti rischi e paure del bosco, e passarono giorni che girovagavano senza meta e con il dolore nel cuore, quando una mattina udirono un forte latrare e spaventati cominciarono a scappare e cercare rifugio, Ninnillo lo trovò in un incavo di un albero, mentre Nennella nel grande correre si ritrovò al mare dove però c'erano i pirati e proprio il capo di questi nel vederla, la rapì e la portò alla sua consorte come regalo di compagnia.
Quel forte latrare altri non era che la muta dei cani del Re che era venuto a cacciare nel bosco, e quando questi con il loro acuto fiuto trovarono il ragazzo, il Re rimase entusiasta e lo prese con se come servitore. ( Il termine esatto usato da Basile sarebbe “scalco” un antico e medievale modo di dire servitore, e per essere proprio precisi, lo scalco era il soprintendente alle cucine aristocratiche e principesche).
Trascorsero vari anni, quando un giorno il Re, che aveva sempre dato caccia ai corsari, seppe dove poterli trovare, ingaggiò i suoi soldati a catturarli, ma i corsari saputo del pericolo che correvano, salparono immediatamente, ma la loro fuga durò poco, perchè appena furono al largo li sorprese una tremenda bufera e fece affondare la nave con tutta la ciurma, e Nennella fu inghiottita da un grossissimo pesce.
Ma da tanto che era grande, Nennella si sentiva come in una reggia, anzi da gli occhi del pesce poteva vedere anche fuori e fu proprio in una di queste vedute, che mentre il pesce si avvicinava agli scogli, ella scorse un principe che rimirava il mare e poco più distante un castello dove a una finestra gli parve di riconosce affacciato proprio il suo fratellino.
Allora dalla gola del pesce, Nennella presa di coraggio, cominciò a cantare:
“ Fratellino, fratellino! E' tornata tua sorella, la tua povera Nennella!”
Il principe rimase stupefatto dal sentir cantare un pesce, ma quest'ultimo che si era accostato agli scogli, spalancò le fauci e fece uscire la dolce canterina.
Fu una grande festa, quando i due fratelli ebbero a riconoscersi ed abbracciarsi, il principe volle sapere tutta la loro storia e fu subito redatto un bando in cui che invitava chi avesse perduto da tempo due figli di recarsi alla Corte immediatamente.
Il padre dei due fratellini, appena udì questo bando, si recò subito a palazzo e grande fu la gioia nel riconoscere i suoi due cari figli.
Il principe ammonì il padre per essere stato così poco risolutivo con la sua donna, comunque lo perdonò ma con una scusa qualunque fece giungere a Corte quella sua sposa e mettendole davanti la bellissima Nennella, che naturalmente non riconobbe, il principe le chiese:
“ Cosa meriterebbe chi facesse del male a questo splendore di ragazza?”
“ Per lo meno – rispose subito la donna – io lo chiuderei in una botte e lo rotolerei vivo dall'alto di una montagna”.
“ E così sarà fatto” assentì il principe e quella fu la fine della matrigna.
Nennella sposò un ricco gentilluomo, Ninnillo una graziosa contessina e il padre condusse vita da gentiluomo.....
….e vissero tanto tanto contenti tutti e tre insieme!
“Così ve la conto e così me l'hanno contata”
Roberto Busembai da “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile
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venerdì 19 luglio 2019

LA RANA E IL BUE

Dalla pagina FB "Fabulae e Fiabe"


Una piccola rana, un poco spocchiosa e vanitosa, si specchiava sul bordo di un ruscello, nelle prossimità di un pantano, quando alzando la testa verso il prato lontano, vide un bellissimo e grande bue, che indifferente e tranquillo pascolava con assoluta disinvoltura.
In lei scattò subito l'invidia e subito ebbe ad atteggiarsi con petto in fuori per imitarlo e nel farlo si rivolse alle sue amiche vicine:
“ Sarà anche bello e grosso quel bue, ma anche io se voglio posso essere più di lui”
E preso fiato si gonfiò a dovere.
“ Guardatemi, sono già più grossa di lui”
Ma le altre rane in coro gli dissero sinceramente di no.
Allora raddoppiò lo sforzo e mise quasi tutto il fiato che aveva in corpo per gonfiarsi ancora di più e poi...
“ Che ne dite? Ora si che sono più grossa!”
“ Il bue! Il bue!” Risposero in coro
La rana non resisteva più a quell'ignobile affronto e sconfitta, allora in ultimo sforzo, tese talmente la sua pelle e tutto il suo corpo che....schiantò e morì sul colpo.

MORALE: Ognuno è fatto come è fatto e ognuno ha la sua dote, chi la bellezza, chi la forza del corpo, chi le ricchezze, chi gli amici potenti, chi l'intelligenza, e ognuno deve essere contento del suo. Non ci si deve sforzare, con l'invidia, di imitare chi si crede sia superiore, è soltanto una misera e ignobile pazzia.
ERREBI da una favola di Fedro del secolo I
Immagine: Grandville - La rana e il bue, illustrazione per il libro " Fiabe di La Fontaine" (1621- 1695) pubblicato da H. Fournier Aine nel 1838

venerdì 12 luglio 2019

IL CANE E LA CARNE

Dalla pagina FB: "Fabulae e Fiabe"
Un grosso cane per ovviare al grande caldo, se ne andava tranquillamente passeggiando presso la riva di un fiume, i pioppi alti e rigogliosi di foglie, emanavano un fresco invitante, e lui cominciava piano piano a sentire anche un poco di fame. Trovò di li a poco un gran pezzo di carne e senza crearsi problemi di chi lo avesse perso o dimenticato, lo afferrò con i suoi bei dentoni e tenendolo fermo tra le mascelle, pensò di gustarselo piano piano dall'altra parte del fiume, perchè aveva notato un piccolo spazio erboso proprio sotto un leccio grandissimo.
Giunse così a riva, con sempre il boccone stretto tra i denti, e stava per attraversare a nuoto il fiume, una bella rinfrescata non gli avrebbe certo fatto male, quando scorse nello specchio dell'acqua un altro grosso cane che teneva in bocca un pezzo di carne che a suo parere gli parve molto più grosso del suo. Non seppe resistere e si tuffò precipitosamente in acqua per afferrare quel grosso pezzo da quello sconosciuto ma......il tutto era come scomparso, quel cane e quel pezzo di carne erano svaniti, peggio ancora nel trambusto aveva perso anche il suo pezzo di carne.

LA METAFORA di questo racconto fa capire che l'avidità è sempre punita e che c'è sempre una punizione anche per coloro che pretendono di più e lo vogliono togliere a gli altri. Inoltre insegna anche che non bisogna mai abbandonare un bene sicuro per una “illusione” di bene.
ERREBI da una favola di Esopo del VI secolo a.C.
Immagine web: illustrazione della favola da un libro del XVIII secolo

IL RE CHE DIVORAVA I SUOI FIGLI

Dalla pagina FB - " Fabulae e Fiabe
Prima ancora che esistesse il mondo, quello che oggi noi viviamo, c'era una grande confusione, la terra era mista al mare e il cielo non sapeva dove stare, la luna accompagnava il sole a fare una passeggiata notturna e il sole rendeva la compagnia nel brillare del giorno. In questa confusione c'era comunque un Re che dominava il tutto da una grande montagna, l'Olimpo, era il padrone di questo mondo e si chiamava Saturno. Aveva un corpo gigantesco e un animo crudele, pensate che per essere il solo a comandare aveva ucciso a tradimento il suo fratello Urano. Appena salito al trono si sposò con Rea, una bellissima divinità che gli ebbe a dare subito due figli, ma lei non sapeva la brutta sorte a cui essi si sarebbero trovati, infatti erano appena nati che Saturno li prese con le sue grandi mani e stritolandoli strappò le loro carni e li divorò.
La moglie supplicava e si contorceva dal dolore, ma lui non l'ascoltava tanto era furioso nel doverlo fare, infatti pare che un oracolo,un indovino, gli aveva predetto che un giorno un suo figlio avrebbe comandato su tutto il mondo e lui sarebbe stato spodestato in eterno.
Alla nascita del terzo figlio, che si chiamava Giove, Rea prese le precauzioni per salvarlo dal padre e con un macigno ovale avvolto tra le fasce fece credere a Saturno che quello fosse il figlio nato, e lui senza nemmeno degnarsi di guardarlo lo ingoiò come un niente e poi si addormentò.
Rea scese dall'Olimpo con il bambino in braccio, era notte fonda e approfittando della mancanza di luce arrivò fino a valle sull'isola di Creta, appena giunta, assetata e con la voglia di lavare quel piccolo bambino appena nato, cercò dell'acqua, ma la terra di allora era arida e secca e difficilmente pioveva. Disperata si inginocchiò e pregò gli Dei perchè avessero pietà del suo bambino e così facendo con uno scettro picchiò su una roccia che subito si frantumò e sgorgò acqua pura e limpida.
Una volta lavato Giove e dissetata, arrivò in una grotta poco lontana, dove sapeva che vi vivevano le Ninfe, ancelle pure e gentili, a cui affidò il piccolo bambino e di cui era certa che sarebbe cresciuto sano e felice.
Poi per paura che Saturno la cercasse, si incamminò di nuovo verso l'Olimpo ma era felice perchè aveva salvato suo figlio, il futuro Re di tutto il mondo.

ERREBI da una antica fiaba mitologica
Immagine web: Rubens - Saturno che divora i suoi figli

SUI TUOI PROPRI PASSI

E quel respiro forte, chiaro ed emozionato, quel risolino acceso, brioso e spensierato, ritornano sui tuoi propri passi, come una primavera ...