martedì 6 agosto 2019

GUARDAMI....

Guardami, e nel farlo
pensa a un volo di gabbiani,
liberi sul mare aperto,
pensa a una nevicata dolce
sopra vette contro il sole.
Guardami, e nel farlo
lasciati abbandonare
come una rosa
persa sopra un marciapiede,
lasciati guidare,
saprò amarti come
il sale ama la sua onda
e di essa non potrebbe stare.
Guardami e nel farlo
apri il fiore del tuo corpo
sulla scia di un raggio
che ti raggiunga al cuore,
e poi baciami e non pensare.
Roberto Busembai (errebi)
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lunedì 5 agosto 2019

ANTONIO E IL CORVO

Era salito sopra un filo della luce, solo perchè lo aveva visto fare, tante volte, al suo corvo migliore, quel nero volatile che abitava ormai da anni nel suo giardino, e del quale accudiva e pure gli puliva il luogo dove spesso si soffermava a mangiare. 
Alberto era un giovanotto, di media statura, non propriamente bello, ma non si poteva definire, perchè poi del bello non tutti hanno la stessa opinione, comunque un ragazzotto robusto, non propriamente grasso, dalla pelle bianca e da un neo sulla guancia destra, che forse lo faceva apparire un poco diverso, anche se nei suoi modi di fare e di pensare era molto originale.
Viveva con sua madre, una donna ormai ceduta alla salute e alla vecchiaia, che stava sempre seduta su una vecchia poltrona in vimini rivestita da una tappezzeria colorata a fiori enormi, che del colore ormai erano rimaste solo ombre, e si spostava solo per andare a letto, quando Antonio con la sua magistrale forza, la prendeva sulle sue braccia e la poneva delicatamente sul materasso. Era stata una donna di un coraggio unico e dalla volontà sovrumana, aveva allevato quel ragazzo “diverso” come lei lo chiamava, con tutta la speranza che un giorno sarebbe cambiato o se non altro avesse trovato un qualcuno che lo comprendesse, perchè lei era cosciente che non si può essere eterni e per sempre , e un domani, ora prossimo se lo sentiva, lei se ne sarebbe andata e il dolore più grosso della sua vita, sarebbe il doverlo lasciare solo. 
Alberto non era “diverso” era speciale, così diceva il suo amico di scuola, Massimo, che dal tempo delle elementari non lo aveva più abbandonato, spesso lo veniva a trovare, anche ora che era sposato e aveva avuto pure un figlio d'accudire, e proprio di quel figlio, Antonio era stato il padrino, quella mattina di un primo agosto, nella piccola chiesa del paese, dove il giovane prete eseguiva il battesimo e l'imposizione del nome, che Antonio vestito a festa, con la cravatta e il cilindro nero in testa, teneva sulle braccia quel corpicino addormentato, che al primo bagnare sulla fronte si fece sentire, e Antonio si sentì disperato quasi colpevole lui di averlo svegliato.
Sua madre avrebbe voluto che studiasse, che in fondo a scuola, così gli insegnanti gli dicevano, si applicava e pure dava buoni profitti, ma lui non ne volle sapere e dopo le classi obbligate, si cercò da lavorare, Antonio amava i motori, il loro rumore e il loro fantastico modo di poter far camminare, e riuscì a farsi ben volere dal meccanico del paese, un uomo solo, con tanto lavoro e olio addosso e pochi pensieri sulla testa, al di la di quello da farsi da mangiare.
La contentezza di quel ragazzo quando seppe che il Giuvà, il meccanico, lo aveva preso in prova per tre mesi, era incontinente, tutto il paese in un attimo ne era a conoscenza, Antonio lo urlò, con un sorriso geniale sulla bocca e con gli occhi umidi dall'emozione forte, a tutte le porte e a tutte le persone che trovava...”Ho un lavoro, sarò meccanico” e tutti non si facevano meraviglia di quell'atteggiamento, conoscevano il “diverso” , “il matto”, il “ non normale”, così era risaputo Antonio tra le persone. Anzi se ne meravigliarono ma poi, appreso che andava dal Giuvà non si ricredettero di molto, del resto anche il meccanico, laggiù al fondo del viale, mica era poi tanto per la quale, almeno una cosa lui l'aveva bene nella testa, lavorare.
La madre non era poi tanto soddisfatta, e la prima mattina fece finta di scordarsi di andarlo a chiamare, e quando il ragazzo di soprassalto vide che ore erano e che era già in forte ritardo, svelto si rivestì, entrò nella cucina e senza prendere il caffè, che sua madre comunque gli aveva preparato, diede uno sguardo cattivo e in cagnesco se ne uscì violento, lasciandola in piedi vicina al rubinetto del lavello, che nella sorpresa, aveva lasciato aperto, e continuava a scendere acqua fino a travasare.
E i giorni passavano e il lavoro andava per la quale, lei rimaneva di nuovo sola in quella casa senza più un interesse, lavava, stirava, faceva da mangiare e qualche volta andava dalla vicina, anziana più di lei, a farle delle pulizie per quel poco che “poverina” sporcava. Due fiori nel giardino, qualche tentativo di prodotti ortivi, e poi i panni e le stirature, e la sera preparare cena che Antonio quando viene ha fame, e non vuole discussioni. Poi aiutata da lui a fare le faccende, riporre stoviglie e tovaglie e un poco di televisione mentre con i ferri lei si divertiva a fare maglioni e maglie per l'inverno, che come sempre aveva da venire. Antonio si ritirava nella sua piccola camera, si stendeva sul letto, aggiustava il guanciale e poi si abbandonava alla lettura di un qualsiasi libro, amava leggere e sapere e quello era il suo secondo amore, dopo i motori.
Ogni sabato pomeriggio, che era libero dal lavoro, ora che aveva anche qualche spicciolo in più da poter usare, si recava alla città vicina, prendeva la corriera, quella dell'ora prima della mattina e con il biglietto in mano, per far vedere al guidatore, che lui aveva pagato, si sedeva al primo posto, quello davanti, perchè a lui piaceva vedere le cose, le persone, e la natura che gli sarebbe passata davanti. Arrivava che già il mercato sulla piazza era iniziato,si intrufulova come un cagnolino tra le persone intente a vendere e comprare, si divertiva a vedere di come le persone avessero mille atteggiamenti a seconda della loro situazione, un venditore di frutta che gridava “Tutta roba fresca”, mentre il pesciaio, puzzolente di mare e di marciume, gridava...”Pesce, pesce azzurro, pesce da mangiare”. Poi c'era il suo amico Franco, un uomo dai capelli bianchi, anziano più di sua madre, che era stato un venditore nel passato, ma ora avendo poco di pensione, si arrangiava a fare le bolle grandi, con due canne e una corda da tuffare in un secchiello, ricolmo d'acqua e di sapone. Antonio si fermava come i bambini a guardare quelle meraviglie che salivano nel cielo e diventava triste quando svanivano per l'effetto consumato del sapone. Con Franco spesso andavano al bar vicino alla piazza, a prendersi un “bicchierino” inteso come un bicchiere colmo di vino bianco, se faceva caldo, o rosso, nelle giornate fredde dell'inverno, e come sempre, pagava Antonio, e era proprio felice per questo, si sentiva importante e il Franco, che lo comprendeva, lo lasciava fare.
Ma era venuto in città per andare alla libreria, era la che finiva la sua mattinata, tra gli scaffali e i tavoli ricolmi di carta stampata, ogni copertina era per lui un sogno, ogni titolo lo incantava e si immaginava pure di esserne il protagonista, di navigare per i lontani mari, sorvolare le montagne e arrivare fino al cielo, e si divertiva a leggerne una piccola parte, una pagina, un trafiletto e sempre ne usciva con qualcuno sotto il braccio, sicuro che presto li avrebbe letti.
Da alcuni anni in quel giardino era venuto ad abitare, per suo diletto, un corvo dal becco giallo e nero come il carbone, sua madre non lo detestava, ma Antonio piano piano e con molto affetto se lo fece amico e ogni giorno gli lasciava, in un angolo del piccolo giardino, in un sotto vaso in coccio rosso, un qualche cosa da mangiare, cominciando con molliche di pane per essere arrivato perfino a pezzetti di pollo e di coniglio arrosto, che riusciva a levarsi, di nascosto, dal piatto, altrimenti sua madre, nonostante fosse ormai adulto, trovava sempre da brontolare.
Quel corvo, a poco a poco, per rendergli il favore e l'interessamento, cominciò a seguire Antonio in ogni dove, in principio sorvolandogli sopra senza farsi notare, poi piano piano si avvicinò al punto che ogni volta che lui andava a lavorare, portava il corvo, che si posava sulle sue spalle e poi arrivato dal meccanico, lo lasciava libero di andare, che tanto poi, la sera, prima di chiudere e uscire, si sarebbe fatto vivo senza nemmeno che si facesse aspettare. 
E nel paese si cominciava a chiacchierare sempre più forte, che quell'Antonio era da curare, che poteva essere pericoloso e che si tenesse a bada i bambini altrimenti chissà, lui, “il matto”, cosa gli avrebbe fatto fare o inventare.
Un giorno, mentre china sopra il piccolo orto, coglieva quelle poche zucchine mature che la terra gli aveva donato, sua madre venne colta da un brutto male, un grido e poi cadde a terra come una zucca marcia, e furono le vicine ad accorrere e a urlare soccorso.
Fu un incaricato della pubblica assistenza che avvisò Antonio della brutta cosa, lui andò di corsa all'ospedale e si rese conto che sua madre non era più la stessa, la testa era partita e pure il movimento se n'era definitivamente andato. 
Lasciò il lavoro, per accudirla e esserle vicino, viveva con il poco che aveva messo da parte e con la piccola e misera pensione di lei, che tanto aveva lavorato e poi per niente, e la mattina la metteva sulla sedia e la sera la riprendeva e la deponeva a letto, preparava mangiare per se e per il corvo che gli era sempre appresso e che, forse, aveva inteso anche lui la situazione, che da quel giorno non si mosse più da quel giardino, l'unica uscita che faceva era il posarsi sopra un filo della luce, che passava di sopra alla casa e dal quale poteva controllare il suo padrone.
Passò un inverno e non si fece in tempo a veder l'estate che sua madre lasciò questo mondo con la serenità nel corpo, forse, non certo nella mente, e Antonio dopo il funerale, entrando nella casa, vuota, con la sedia in vimini dal rivestimento a fiori ormai svaniti, dalle stanze buie e grigie, dagli ormai svaniti profumi, salì in un attimo sul filo della luce in bilico nel tempo e nel vuoto del momento, con appresso il suo corvo fedele e con un giornale da leggere per tenere la mente in movimento. 
Aveva portato con se anche un ombrello, pensando “ Se poi dovesse piovere sappiamo come ripararci, perchè io non scendo, il mondo è bello di quassù, dove lo posso guardare, e dove nessuno può venirmi a cercare per disturbarmi dal mio “diverso” pensare”.


Roberto Busembai (errebi)

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SANDRO BOTTICELLI - MADONNA DEL MAGNIFICAT


Dalla mia pagina FB "Arte in cornice"
Non sono un critico d'arte e nemmeno un emerito professore, ma talvolta mi piace parlarne e cercare di conoscerne la storia e alcune caratteristiche pittoriche, e spesso cerco di comprendere il nuovo, il contemporaneo ma non posso, e soprattutto non devo, dimenticarmi del passato, delle opere che grandi maestri hanno lasciato come ricchezza culturale nel nostro mondo e in larga misura nella nostra Patria. L'opera che oggi mi piace analizzare, e perchè da poco avuta l'occasione di rimirarla dal vivo nel ricca Galleria degli Uffizi di Firenze, è un'opera del grande maestro Sandro Botticelli, allievo di notevoli e famosi maestri, tra questi Filippo Lippi di cui si notano nei colori e nelle linee dolci e gentili i suoi insegnamenti.
La Madonna del Magnificat, è una tempera su tavola in fatturato rotondo, tipico delle opere su commissione specialmente per adorni di camere o stanze di sedi amministrative, ma questa non è ha riscontro in nessuna delle due ipotesi, anche se si presume che possa essere stata commissionata dal grande Lorenzo de' Medici ( Il Magnifico) il quale era un accanito ricercatore di artisti e di opere e di cui il Botticelli stesso era considerato di famiglia. Alcuni addirittura attribuiscono i personaggi ai personaggi della famiglia di Piero de' Medici, infatti pare che la bella Madonna raffigurata abbia le sembianze della sua giovane moglie Lucrezia Tornabuoni, il giovane con il calamaio Lorenzo il Magnifico con accanto il suo fratello Giuliano e dietro Maria, mentre le sorelle maggiori Nannina e Bianca sorreggono la corona, il bambino sarebbe poi la piccola figlia di Lorenzo, Lucrezia.
Ma tralaciando queste supposizioni, che potrebbero anche essere valide come no, dedichiamoci alla magnificenza pittorica: Questa Vergine con bambino e angeli siede alla sinista del dipinto e indossa una veste rossa coperta da un mantello altamente decorato di colore blu, è un abbigliamento molto curato e signorile, due angeli sorreggono sul capo chino della Vergine, una sottile ma ben intarsiata e lavorata corona d'oro da cui partono strisce di veli in alcune parti lavorati in oro. La posizione della Madonna è china, quasi a seguire il contorno della cornice, in segno di protezione del bambino Gesù che tiene sulle sue ginocchia, mentre con un braccio scrive su un libro, sorretto dagli angeli, le parole del Vangelo di Luca “Magnificat anima mea Dominum” (L'anima mia magnifica il Signore). Nella pagina sinitra del libro si leggono anche parole del Benedictus di Zaccaria, che parlano della nascita del suo figlio Giovanni, rimandando così all'episodio della Visitazione tra Maria e Elisabetta, l'una giovanissima chc ancora illibata aveva a concepimento un figlio e l'altra ormai anziana era in dolce attesa, tutte e due per volontà di Dio.
Il bambino tiene tra le mani un melograno, simbolo di regalità e fertilità ( ha una corona sulla sua conformazione e tanti semi dentro) e gli stessi semi rossi rimandano al sangue di Gesù versato nel Suo sacrificio sulla Croce mentre i chicchi tenuti saldamente nella solida scorza configurano l'unità della Chiesa.
Sullo sfono una finestra ad acro in pietra serena affacciato a un paesaggio fluviale, la cornice di pietra dipinta risalta e contorna questa opera che cattura comunque lo sguardo proprio in quel dettaglio della scrittura della Vergine.
Un ultima nota, alcuni ritengono che i tre personaggi che tengono la pergamena, il calamio e il pennino siano i presunti fratelli del Cristo, Giuseppe non viene raffigurato e la Vergine con le dodici stelle non ha la luna o il serpente sotto i suoi piedi, e tutto questo fa pensare ai tumultuosi e rivoluzionari pensieri del frate Savonarola, che perì arso vivo con l'accusa di eresia proprio a Firenze in piazza della Signoria.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web - Madonna del Magnificat e dettaglio

ABBANDONATE PAROLE

Abbandonate parole
come sabbia al vento,
come l'onda che si muove
alla corrente sotto,
sono quelle che lasciano
orma sul presente
e buca profonda nel passato.
Parole abbandonate
disfarsene con un nulla
sopra l'umida brezza
di una sera d'estate,
che non è più quella
baciata dal sole,
e dove avevano valore
anche quelle stesse parole
ora affidate al niente.

Roberto Busembai (errebi)
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domenica 4 agosto 2019

VOGLIO LASCIARTI UN SOGNO

Voglio lasciarti un sogno
fatto ad occhi aperti,
senza pensare a niente
e senza spiegazioni,
un sogno, fatto sul limite
del mare ai piedi delle onde,
era di giorno e mi chiamavi amore
e mentre lo dicevi
io vedevo il sole,
ma appena mi hai carezzato
e dato un bacio sulla pelle,
amore mio ho visto
la luna e pure le stelle.
Voglio lasciarti questo mio pensiero
per far che questo giorno
in cui io ti sono già straniero,
possa ricordare quel momento strano,
ma tanto tanto vero,
che ci portò lontano.

Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: I N D I G O ©

sabato 3 agosto 2019

SAREBBE INFINITO

Sarebbe infinito
quel desiderio perenne
di un tocco vellutato
della tua docile mano
sul mio volto,
sarebbe infinito
quel volerti bene
che si chiama amore
dentro il mio cuore,
sarebbe infinito
oltre il naturale
un mero bacio sperato
e non potuto avere.
Sarebbe infinito
se non lo è diventato
questo nostro vivere
anche dopo il creato.

Roberto Busembai (errebi)
Immagine web

L'ARCA DI NOE'

Dalla mia pagina FB : " Il Libro"

E furono discendenze, e furono nuove culture, nacque il lavoro e la prosperità delle terre, nacquero gli scambi e le invenzioni, nacquero le costruzioni e il darsi da fare, e nacquero le discussioni, le invidie e i malaffari, le ingiustizie e i cattivi desideri, nacquero le discendenze dal bene contrapposte alle forti discendenze dal male.
Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male.......E il Signore si pentì di aver fatto l'uomo...
E la Sapienza ebbe il dubbio atroce, e la Sapienza non poteva non sapere, e la Sapienza si malediva pure e dispiaceva del suo fare, e come avere forza e coraggio nella fragilità di un sapere? E l'uomo ebbe sempre più grande il dubbio e il credere, e l'uomo fatto di sola carne e anima fluente visse nell'incertezza sempre e nell'incerto si accostò alla fede e questa lo rapì per velare il dubbio atroce dell'incertezza e del rifiuto della Sapienza che lo aveva creato insieme, nel tempo delle cose giuste e buone e delle contentezza.
Il Signore disse: “ Cancellerò dalla faccia della terra l'uomo che ho creato.........”
E venne lo sconforto, la solitudine del cuore, l'abbandono forzato, la delusione e il rancore, e venne il misto odio all'amore, e così l'uomo si ritrò sempre più solo con le sue inutili forze, con solo il desiderio come un male e di contro la rabbia e il disprezzo di chi lo aveva creato. E la Sapienza non era più tale e sulla terra infuocava il male, e nacquero così le forti invidie, gli eccidi e il salvarsi dal niente, e dal niente sopravvivere e lottare e nacquero le credenze o le dicerie.
Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore 
E venne la discriminazione, vennero le preferenze, nacquero le divergenze, i raccomandati, i protetti, i salvati, e nacquero ancora più immense le differenziazioni, le invidie e le gelosie, le ribellioni e le ingiustizie, e venne il fidato, il tenuto di conto, il crumiro, il falso e lo sbugiardato, il vile e il vigliacco, il falso credente, il preferito, e nacquero le diffidenze, le ingiurie, le maldicenze, i sospetti e le verità nascoste, le false apparenze, le convenienze.
Allora Dio disse a Noè: “ E' venuta per me la fine di ogni uomo., perchè la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme alla terra. Fatti un'arca di legno di cipresso e dividila in scompartimenti......”
La colpa del peccato ricadde su colui che l'aveva subito e non su chi l'aveva provocato.
“Ecco, io sto per mandare il diluvio, cioè le acque, …....Entrerai nell'arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli....Entra nell'arca tu con tutta la famiglia perchè ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione.....”
E la Sapienza ebbe la certezza, si fece furba e pure falsa con se stessa, della distruzione del mondo e del suo creato, in grande parte ne faceva morte, ma non effettivamente, perchè di ogni specie animale e di piante ne fece salvezza e non pure del suo, prima “maledetto” uomo di cui si era pentita, nonostante, ne salvava la fattispecie e pure se l'era scelta.
E nacquero da queste generazioni ugualmente e sempre più potentemente, l'odio, la guerra e la discriminazione!
“ Di ogni animale puro prendine con te sette paia, il maschio e la sua femmina, degli animali che non sono puri, un paio , il maschio e la sua femmina.......perchè tra sette giorni farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti......” Noè fece quanto il Signore gli aveva comandato.
E tutti o nessuno seppero di quello che sarebbe poi accaduto? O soltanto il protetto, segretamente, si mise a costruire quel mastodontico oggetto che avesse a contenere tutte le specie del mondo animale ivi compreso con la sua famiglia? E vennero giorni oscuri, giorni di battaglie, di raduni,di violenze e di lotte per sopravvivenze, ma quali forze immani si potevano mai avere, quali proprietà di annullare il già deciso si potevano conquistare, la Sapienza prevaleva su tutto soltanto la sua decisione e il suo volere erano dalla sua parte, e nacquero così negli animi di coloro che entravano nell'arca la supposizione di essere superiori, di poter poi decidere di quello che rimaneva, loro sarebbero stati “fattori” delle nuove discendenze, e nacquero di nuovo le violenze e il sopraffare, le ingiustizie colorate da cose buone, e fu cosa buona e giusta questo affogare.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine: Affresco de l'Arca di Noè - Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore - Milano

SUI TUOI PROPRI PASSI

E quel respiro forte, chiaro ed emozionato, quel risolino acceso, brioso e spensierato, ritornano sui tuoi propri passi, come una primavera ...